“Nel libro della vita” racconto

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIl racconto ha partecipato al contest: “Storia di una foto” nella community per scrittori di Scrittopoli.

   Quel bambino con lo sguardo perso nel vuoto? Sono io, Marcellino Canapé, ottant’anni fa. Ero alla destra di mio padre mentre la mia mano sfiorava la sua spalla, quasi a proteggerlo. La nostra famiglia aveva conosciuto giorni più rosei di quel particolare momento.

Sto cercando di dare ordine ai ricordi perché si sedimentino e trovino il loro giusto luogo nell’anima, prima del giorno in cui sarò faccia a faccia con il Creatore.

I miei genitori, figli di mezzadri, nati e cresciuti nel Sud dell’Italia dai due volti, fuggirono al Nord, per agguantare un futuro plausibile. Mia madre mise a frutto la sua abilità di sarta e insieme a mio padre impiantò un negozio di abiti a Milano. Per creare l’impresa, i miei riscattarono il lascito dei terreni dei rispettivi padri e lo investirono. Nella loro ambizione spregiudicata, sognavano, per i due figli maggiori, una vita migliore di quella a cui erano destinati nell’amara campagna calabra.
Dopo i primi anni in cui i morsi della fame avevano cadenzato le notti, mio padre finalmente trovò lavoro in una fabbrica di biscotti, mentre mia madre prese a cucire per le signore del vicinato; così il sogno prese forma, con una naturalezza tale da avere il contorno delle dita di Dio.
Il giorno in cui nacqui, mio padre aveva appena montato l’insegna sulla vetrina del negozio: Cappelli e Abiti Canapè. Poi corse al piano di sopra, nel monolocale dove abitavamo, ad assistere mia madre che aveva le doglie.
Arrivai in questa vita un giorno d’inverno in cui si era scatenata la peggiore tormenta di neve degli ultimi vent’anni, preludio di tutte le tormente future della mia sorte. Per riscaldarmi non bastavano le coperte che mia madre aveva preparato ai ferri con enorme fatica, a causa della vista ormai precaria.
Mio padre chiese un po’ di gasolio a un collega di fabbrica per accendere la stufa, un vero evento in una famiglia dove a stento si metteva insieme il pranzo con la cena.
Eppure in quel giorno gelido, ai miei sembrò l’inizio di una svolta: il mio arrivo diede alla famiglia il vigore mistico che proviene dalla vita.

Il negozio conobbe presto il suo momento di gloria: i signori della città erano orgogliosi che nella fodera del loro abito vi fosse ricamato il nome Canapé. Così ci trasferimmo in un bell’appartamento nel palazzo di fronte. I miei fratelli acquistarono un’automobile sportiva, un lusso che pochi a Milano potevano permettersi. La svolta sognata era avvenuta: un senso di rivalsa s’impadronì delle nostre vite, quella sensazione ardita di avere finalmente il destino in mano.
Che fosse stata quella sciagurata incoscienza a portare la nostra famiglia alla rovina? Me lo chiedo ora che ho compiuto ottant’anni, con lo stesso stupore con cui cominciai a domandarmelo quando ebbi l’età per capire.
Dopo due anni, a mia madre si spensero gli occhi. La colpa fu mia: lo sforzo di allattarmi fu tale, che ci rimise la vista. Fu allora credo che un viscido senso di colpa s’impadronì dei miei giorni. Per una sarta gli occhi valgono quanto le dita che agili spingono l’ago: non poté più lavorare. In capo a un anno il negozio perse la clientela, le sartine stipendiate infatti non erano all’altezza della loro maestra. Con la stessa velocità con cui una bolla di sapone svanisce, il sogno si spense: svendemmo la bottega e pagammo i debiti.
I miei fratelli partirono per il fronte, c’era da combattere una guerra in Etiopia, velleitaria quanto ogni altra impresa del regime. Morirono entrambi sotto i colpi nemici e fu come recidere le fronde verdi a una vecchia quercia, la nostra famiglia non riuscì più a riprendersi dalla sciagura. Il vigore di mio padre subì il colpo letale e di lì a poco morì. Rimasi orfano di padre a dieci anni, senza più i fratelli a farmi da guida e con una mamma cieca. Finimmo in un ospizio per poveri. Al mattino andavo a vendere giornali per pochi spiccioli e quando tornavo nella stanzetta fredda dell’ospizio avevo in mano una ciambella per mia madre. Avrei voluto ricoprirla di ciambelle, era un modo come un altro per dirle: Ti voglio bene.
Quando morì, avevo ormai vent’anni: tanti per cambiare il corso delle cose e pochi per restare solo al mondo. Capii che era tempo di andare via, di lasciarmi alle spalle il dolore. Dopo un mese, racimolato un gruzzoletto, ero sotto la scaletta della nave Letizia che andava in Australia; mi arrampicai come un assetato che corre verso una fonte d’acqua. Partii senza neppure una valigia, le mie cose stavano dentro un fazzoletto a quadri.

Rigiro tra le mani la foto e scaccio una lacrima tardiva. Ora che sono al termine della vita, mi chiedo da dove abbia inizio il flusso degli eventi di un uomo, perché questi scorrano nel modo giusto per alcuni e con il vento contro per altri. Presto avrò di fronte il grande libro della vita, me lo porgerà il Creatore. Vi troverò tutti i miei sbagli, di cui mi vergogno, e le poche cose buone che ho fatto, di cui vado fiero. Più di ogni altra cosa, nelle pagine cruciali cercherò la risposta alle troppe domande che, insistenti, hanno accompagnato i miei giorni. Solo così la mia anima troverà pace.

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1 commento su ““Nel libro della vita” racconto

  1. Stuggente, un racconto che fa venire i brividi, c’è la storia della nostra vita. L’emigrazione verso il nord, i periodi fluidi, la drammaticità degli eventi della vita. Ma anche un significato profondo, raggiungere il benessere non è l’obiettivo primario così come sembra perchè poi quando perdi la tua famiglia per varie vicissitudini, portare una ciambella alla propria madre smbra un sogno. Meraviglioso!

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