“Le fiabe ci insegnano che nella casa di marzapane siamo noi la cena della strega”

Oggi a Scrivere la vita c’è Alessia Savi, autrice emergente e blogger.   Il suo nome è noto alla comunità del web per Fiori d’acciaio e Verso le luci del Nord. La giovane scrittrice conta molti estimatori grazie allo stile incisivo e alla naturalezza con cui si muove nell’horror esoterico, genere in cui si sente a suo agio.

Nella casa virtuale alessiasavi.com oltre ai romanzi, potete trovare riflessioni sulla scrittura e sul mondo della lettura. Un universo tutto da scoprire.

Benvenuta Alessia! Inizio con una domanda banale, la prima che mi è venuta in mente dopo aver letto “Quel che resta di me”, un post in cui parli di te senza svelare tutto. Chi è davvero Alessia Savi?

Sembrerà una risposta altrettanto banale ma sono quella che traspare dalle pagine di ciò che scrivo, tra uno status di Facebook e un articolo sul blog, quella che prende l’autobus ancora assonnata e che adora bere un cappuccino sul terrazzo di casa quando Parma ancora sonnecchia. Sono quella che non ha mai un minuto di tempo libero, una fan piuttosto infedele e una donna votata ai grandi entusiasmi e a rari amori profondi, come quello per la scrittura. Ho fatto teatro per diversi anni e quando ti metti a nudo sul palco scopri che mentire è la perdita di tempo più terribile in cui un essere umano possa incappare. I social, poi, hanno persino esasperato questo concetto: mentire, nella comunicazione online, è un’arma pericolosissima. Se da un lato abbiamo oggi a disposizione mezzi potenti con cui poter lavorare, dall’altro lato occorre essere molto consapevoli di ciò che viene immesso nel circuito del web. Credo che l’imperfezione degli esseri umani sia ciò che li rende unici: chi ci ama, lo fa – spesso – per tutto ciò che è lontano anni luce dalla perfezione. Allora, che senso ha fingere?

Accanto al logo del sito dichiari: “Scrivo di gente che ama troppo e, in genere, muore male. Se si salva, ha grosse difficoltà con la vita”. Se scrivere è terapeutico, il tuo è forse un tentativo di elaborare le inquietudini di cui racconti nel blog?

Credo lo sia stato per molto tempo, anche se non me ne sono mai resa conto. Quando ho concluso realmente Verso le Luci del Nord ho capito che non era più terapia: era voglia di raccontare la vita e quello che ci sta dentro – o almeno, un pezzettino di qualche vita – e condividerlo. Nulla di più. Scrivere, raccontare, comunicare è proprio questo: fare un viaggio dentro la vita di qualcun altro che, a volte, può diventare un nostro fedele amico. O persino lo specchio di noi stessi.

L’ultimo romanzo, Verso le luci del Nord, è un horror esoterico. Quali sono gli elementi in continuità con il genere e quali di rottura?

La continuità con il genere risiede nelle tematiche più classiche dell’horror: dalle possessioni demoniache alle capacità medianiche. Il punto di rottura è stata la scelta di portare le tematiche dell’horror all’interno di un’ambientazione post apocalittica, di utilizzare moltissimi riferimenti esoterici e religiosi come lo gnosticismo e la mistica ebraica e, non ultimo, l’aver dato il ruolo di protagoniste ai personaggi femminili.

Sei un’estimatrice di Stephen King, maestro indiscusso dell’horror e della narrativa in generale; cito a tal proposito On writing, famoso e famigerato manuale per scrittori. Ti sono serviti i suoi consigli? Quali pensi siano i più validi?

Lessi On writing molti anni fa, devo ammetterlo, ma ciò che più mi colpì fu la sua capacità di raccontarsi, di non prendersi troppo sul serio e sdoganare, in realtà, la figura che vuole lo scrittore un intellettualoide con la puzza sotto il naso. Fu innamorarmi di lui anche come personaggio, oltre che come scrittore. Ciò che ho apprezzato è stata la capacità di ispirare, di dare quella carica energetica che ti fa andare avanti e non mollare alla prima difficoltà. Sembra banale, ma spesso abbandoniamo un progetto al primo fallimento. I fallimenti ci servono per cambiare strategia, comprendere cosa non ha funzionato e riprovare.

Anche in Scrivere la vita alcuni contenuti vertono sulla scrittura creativa e sulle tecniche di narrazione. Pensi che si possa insegnare a scrivere o come ebbe a dire Carver: la scrittura non si impara al massimo si esplora?

In realtà tutti sappiamo scrivere: basta una buona base grammaticale e la conoscenza della lingua italiana. Questione diversa è il saper raccontare: per quello credo servano empatia e talento. D’altra parte, il talento senza la base tecnica non può andare troppo lontano.

Dalle foto e dal video emerge di te l’immagine di una donna per niente tormentata, se mai solare ed empatica. È difficile pensarti autrice di Verso le luci del Nord. Non sarà facile sdoppiarsi…

La scrittura è un modo per indagare tematiche o generi specifici. Conosco scrittori che partono proprio dalla tematica che vogliono affrontare: io parto dai personaggi e dalla storia, poi i temi affrontati emergono spontaneamente. Non credo che lo scopo della narrativa sia fare morale. La narrativa ha l‘obiettivo di intrattenere, se poi fa riflettere tanto meglio. Un buon libro deve avere diversi livelli di lettura a seconda di ciò che vuole – o può – scovare il lettore. L’autore non dovrebbe mai ergersi in cattedra, ma sedersi tra il pubblico e godersi la storia da dietro le quinte. Il viaggio che fai con i tuoi personaggi, è – appunto – un viaggio: li accompagni, li guardi da lontano e vedi cosa combinano. Quello che costruisci attorno a loro è opera tua, ma è come se non potessi intervenire per salvarli: stai lì e osservi. Allora pensi a ciò che stanno provando, a come usciresti tu da quella situazione, ed empatizzi con loro. Purtroppo non sono uno di quegli autori che si fondono con i propri personaggi e ammetto che un po‘ li invidio: deve essere un’esperienza favolosa! Io vivo la scrittura sempre da lontano, proprio come se leggessi la storia scritta da qualcun altro. In genere si pensa che lo scrittore sia un’anima tormentata ma a volte, come nel mio caso, è solo qualcuno che mette a servizio di buone idee e buone intenzioni la propria penna.

Cosa diresti a chi come me ha paura dell’horror, tanto che di King ha letto solo On Writing?

Qualcuno una volta mi ha detto che un vero autore di horror deve riuscire ad affrontare i propri demoni. Non so se vale anche per il lettore ma, se fosse così, farebbe risparmiare i soldi di un buon analista. Ciò che posso consigliare è di lasciarsi guidare e lasciare andare la paura. Il compito della letteratura horror è proprio quello di fare leva sulle nostre paure archetipiche, come quella del buio, per esempio. King ha scritto molti romanzi che, nonostante l’appartenenza al genere, non fanno per nulla paura ma ti mettono addosso solo l’enorme curiosità di sapere cosa sta accadendo. L’horror migliore è quello che è palpabile, che si avverte e striscia ma che tu non vedi mai davvero. Come quello di Ring, di Koji Suzuki: non sono riuscita a leggerlo la sera prima di addormentarmi!

Hai dichiarato che ami scrivere di notte e che ti riconosci nel cliché che vuole lo scrittore un personaggio con spesse occhiaie. Ma il cliché prevede anche abbondante uso di alcol – whisky possibilmente – di caffeina e di tabacco. Quali sono le tue altre abitudini da scrittore maledetto?

Sono astemia, non fumo e detesto il caffè, a meno che non mi venga offerto sotto forma di cappuccino! Le mie abitudini sono fatte di tisane calde, incenso e silenzio tombale. Ecco, forse questa è l’unica cosa davvero maledetta delle mie abitudini. Non sono proprio un cliché, vero?

Hai all’attivo tre romanzi ma ancora, citando Pennac, ti definisci Prosivendola e non scrittrice. Cosa si deve fare per meritare il titolo di scrittore?

A livello tecnico, nel momento in cui si pubblica– anche da autore indipendente – sei un autore. Se scrivi e tieni tutto nel tuo cassetto dei sogni coccolati e mai esposti alla luce del sole, sei uno scrittore. Io preferisco prendermi alla leggera: sono una Prosivendola perché racconto storie a chi ha voglia di ascoltarle. Ecco, quando abbiamo un messaggio e decidiamo di condividerlo, siamo scrittori. Uno scrittore è un medium: un mezzo attraverso il quale un messaggio viene portato al mondo.

Un aspetto che molti autori Indie trascurano è il lavoro minuzioso di editing necessario prima di pubblicare. Spesso troviamo romanzi buoni a livello di contenuto ma sciatti nella forma. Tu curi l’editing personalmente o ti affidi a un professionista? Come affronti la revisione del testo?

Io mi sono avvalsa dell’aiuto di diversi beta reader che, con pazienza, mi hanno aiutata a migliorare il testo dal punto di vista di un lettore potenziale. Ho scelto di curare personalmente l’editing, nonostante non sia affatto una professionista ma volevo che Verso le Luci del Nord fosse un mio prodotto: dalla scrittura alla copertina. E così è stato.

La scelta dell’editoria ufficiale è vista da molti come una chimera. Cosa ti senti di consigliare ai giovani talenti che vogliono diventare scrittori?

Di non svendere il proprio lavoro. A ogni offerta, a ogni nuovo contatto, credo sia indispensabile lasciare da parte l’ego, mollare a casa la vanità e chiedersi se quello che ci viene proposto è ciò che davvero serve al nostro lavoro. Che lo valorizza, che gli dà vita e ossigeno. L’editoria è un acquario gremito di squali: se sei un esordiente, vieni divorato da una forza contrattuale che non possiedi e da contratti capestro che ti vincolano alla casa editrice per vent’anni. E tu e le tue opere siete finiti. Oggi possiamo essere autori indipendenti, pubblicare con piccole case editrici, scegliere di essere pubblicati sulle riviste. Abbiamo molti mezzi a disposizione e tutti sono ugualmente validi. Ciò che possiedono le grandi CE, che non ha nessun altro, è la capacità di distribuzione: possono arrivare ovunque. Una piccola CE, il digitale, un autore indipendente, no. E senza una buona distribuzione nessuno saprà mai che esiste il tuo romanzo, se non grazie al passaparola o ai lit-blog ormai saturi di richieste. Certo, le grandi CE sono un sogno fatto di milioni di lettori in tutto il mondo. Ma sono un sogno. E le fiabe ci insegnano che nella casetta di marzapane, siamo noi la cena della strega.

Se tu incontrassi di nuovo Holden Caulfied, il protagonista del romanzo di Salinger, come avvenne una notte a Parigi, cosa gli diresti del percorso compiuto fino a oggi?

Credo che gli farei leggere il mio primo racconto. Era una storia horror in cui i protagonisti erano un gruppo di studenti delle medie in gita scolastica in Transilvania. Ti lascio immaginare i risvolti tragicomici della vicenda, dato che all’epoca io avevo 14 anni e da poco avevo incontrato i romanzi di Stephen King, che leggevo di nascosto da mia madre. Dopo di che, farei leggere a Holden l’introduzione di Verso le Luci del Nord. Probabilmente si metterebbe a ridere e mi direbbe tu sei pazza: era più spassoso quello di quando avevi quattordici anni! E avrebbe ragione!

Grazie Alessia e in bocca al lupo per il tuo futuro da Prosivendola!

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Amante della scrittura, ha una sogno nel cassetto: pubblicare

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