“Vita al bivio” racconto

cignoLe canne fumarie dell’altoforno di Piombino sputavano lingue di fuoco che si alzavano alte nel cielo.

Dalla finestra del terzo piano del palazzone annerito di via Magenta, Corinne le osservava e ripensava al motivo che l’aveva spinta a vivere in quel lurido posto.

Dieci anni prima da Parigi si era trasferita a Firenze per la tesi su Michelangelo. Un giorno che l”aria si era fatta greve di afa,  Corinne aveva deciso di recarsi a San Vincenzo, sul litorale toscano, per fare il bagno.

Quello stesso giorno un ragazzo atletico l’avvicinò e lei pensò di avere a che fare con il solito narciso italiano. Non lo avrebbe mai seguito nel suo appartamento, se Alberto, così si chiamava, non le avesse svelato il suo amore sviscerato per Garcia Lorca. Quell’anima imbrigliata in un destino che non ne aveva sopito la sete di bello, la conquistò

Corinne scoprì che Alberto lavorava alle acciaierie di Piombino, a poca distanza da San Vincenzo, e volle condividere con lui i sogni e la fatica, per sempre. Lo sposò e andarono a vivere tra le fuliggini.

Scese di nuovo sulla Terra ed ebbe un moto di stizza per quel fuoco inestinguibile che sovrastava ignaro la sua vita.

A un chilometro da lei, nello stabilimento, Alberto fu chiamato a rapporto dal caporeparto.

«Le notizie sono pessime purtroppo. Dalla prossima settimana tu, Parrini, vai con gli altri in cassa integrazione. Mi dispiace.»

«C’ho il mutuo e due bambine piccole. Non potreste cominciare da quelli che hanno due redditi?»

«Non capisci che è tutto inutile? E’ solo un palliativo. E’ probabile che tra un anno qui chiudano baracca e burattini e tutti a casa. Guardati in giro Parrini, sei giovane. Cerca un’alternativa tu che hai ancora le braccia forti. E’ un consiglio.»

Uscì dall’ufficio stordito, come se avesse ricevuto una martellata nel cervelletto. Andò a fare una pausa nel cortile e si accese una sigaretta. Tanto peggio di così…pensò amaro. Dopo dieci anni di duro lavoro in quella merda di posto a respirare il piombo, l’azienda, gentilmente, lo cacciava. Come avrebbe fatto a dire a Corinne che, dal mese dopo, sarebbero entrati in casa solo pochi spiccioli invece del solito stipendio. Un fiume di pensieri fluì nella sua mente: doveva cercarsi un nuovo lavoro e nel frattempo ridimensionare i progetti; mettere in vendita la casa per non farsela soffiare dalla banca, ma con l’ipoteca sopra era complicato. Tornò a lavoro e ricominci a battere e spingere manopole e pulsanti con un vigore rabbioso. In quelle azioni alienanti sfogò la frustrazione che ruggiva in lui.

Corinne spolverava, come ogni mattina, i mobili di rovere biondo della cucina. Sperava così di salvarli dall’orrida patina che incombeva su tutto. O forse, si disse, era il tentativo di dare una parvenza di bello a ciò che bello non era. Le bambine erano a scuola e lei le attendeva per mezzogiorno e mezza. Anche avesse voluto lavorare, non le era possibile. Chi avrebbe aperto loro il portone di casa? I figli avevano bisogno che qualcuno di casa aprisse loro la porta. Con quella convinzione, in quegli anni, aveva deciso di impegnarsi solo nello scrivere recensioni di arte per un giornale locale, carriera che a Ferrino aveva un che di velleiterio. Era l’unica strada per salvare in parte i vecchi sogni.

Nella camera da letto, dentro il cassettone tra i boxer e le calze di Alberto, trovò un quadernino nero di pelle e un lapis incorporato. Lo aprì d’istinto, sentendosi come una spia russa al Pentagono. Tra quelle poche righe, disposte in modo originale, non vi trovò memorie o brandelli di vita, come si sarebbe aspettata, ma versi poetici… “La lingua multiforme di un drago brucia i sogni…dappertutto una caligine nera si espande e oscura la vita …”

Il marito, nel piccolo quaderno, aveva di giorno in giorno accatastato pensieri e sentimenti, non con la metodicità del diario, ma con la sublime anarchia della poesia. Vi trovò la sostanza della sua anima che si palesava e si disponeva con la stessa armonica bellezza di un quadro.

Rigoli caldi le scesero giù dagli occhi al petto, si sparsero sulle pagine, scolorendo l’inchiostro e tarlando il foglio.

Alberto, dopo la sirena del primo turno, camminò per due ore lungo la passeggiata che dal porto si dislocava fino al bosco di tamerici. Quello era l’unico angolo di paradiso della sua città. Nel bosco c’era un ponte a sormontare un corso d’acqua putrido di sostanze tossiche che arrivava fino al mare e lo insozzava. Vi salì e scorse in quello specchio opaco il proprio volto segnato dalla fatica. Sentì l’impulso di seguirne la scia, di lasciarsi trasportare fino al mare per placare la paura che urlava dentro di lui. Fu solo un attimo, uno sbandamento, si ritrasse con il cuore in tumulto. Quell’impulso aveva le sembianze di un demone pronto a lambirlo.

Corinne guardò l’orologio a muro della cucina: erano le sette di sera e Alberto non era ancora rientrato. Un’occhiata dalla finestra e non vide anima viva. Lo chiamò con il cellulare ma il telefonino del marito era spento. Cominciò a sentire l’ansia salirle alla gola, pensò che non era da Alberto rincasare così tardi dal lavoro senza avvisare. Alla fine, angosciata, disse alle bambine di stare buone davanti alla tv, che sarebbe uscita un attimo. Indossò la giacca di panno e andò in cerca di lui. Percorse a piedi la strada che portava allo stabilimento. Le fiamme ritte sulle ciminiere inviavano al cielo messaggi intermittenti. Corinne distolse lo sguardo da quello spettacolo che in sè aveva la tragica bellezza dei riti primordiali. Salì verso il bosco di Tamerici. Il buio era calato all’improvviso tra i rami della bassa vegetazione. Accese la torcia che si era portata dietro e lo vide.

Stava seduto su una panchina di legno con il viso tra le mani. Lo raggiunse e si sedette accanto.

«Che c’è? Cos’hai che ti fa stare tanto male?»

«Lascia perdere, Corinne. Torna dalle bambine.»

«Senti testone, sono morta di spavento. Mi dici che ti succede?»

«Mi hanno messo in cassa integrazione. Lo stipendio dal prossimo mese è dimezzato e…- Fece una pausa per recuperare il fiato e riprese – Ci sta che perda il posto. Qui tra un anno non ci sarà più niente. Chiudono e tante grazie!» Non ci stava. La perdita del lavoro, dopo dieci anni vissuti in quel nuvolone nero, era una beffa insopportabile. Lo avrebbero dovuto premiare per aver gettato via la sua salute e invece lo rispedivano al mittente con un calcio nel sedere.

«Abbiamo tutto il tempo per ripensare alla nostra vita»

«Sì, mentre noi ripensiamo alla nostra vita, la banca si prende la casa.»

«Non essere drastico, non siamo ancora a quel punto. La rata di quest’anno l’abbiamo pagata. Da qui al prossimo anno, si vedrà. Cercherò un lavoro anch’io. Vedrai, ne usciremo.» Gli prese la mano e gliela strinse. Tentava così di salvarlo dalla contorta spirale di pensieri nel quale era stato risucchiato.

«Ti avevo promesso un futuro sicuro, una casa per i nostri figli e invece… sono solo un fallito!»

La voce s’incrinò. Corinne gli mise una mano sulla bocca

«Sss! Ti fai del male. Niente è perduto.»

Tornarono a casa mano nella mano, passarono accanto al cancello delle acciaierie e alzarono il viso all’unisono. Il loro sguardo fu attirato dalle fiamme immobili che avevano la stentorea indifferenza di una sfinge. Come due enormi fari riempirono il loro cammino di luminiscenze amaranto.

La manifestazione, che si svolgeva a Piombino,  fece scalpore a livello nazionale. I rappresentanti delle più famose testate giornalistiche stazionavano davanti ai cancelli chiusi da giorni. Il corteo degli operai attraversò la via principale e si diresse verso gli uffici della fabbrica. I più anziani facevano da capofila con grossi stendardi rossi. Gridavano con il megafono la loro rabbia contro la proprietà. Quest’ultima aveva deciso, con un comunicato ufficiale, di chiudere l’altoforno in serata. Il momento tanto temuto era arrivato, di lì a poco tutto si sarebbe fermato. Alberto e Corinne erano insieme e marciavano anch’essi in segno di solidarietà. Erano tornati apposta. Da un anno abitavano a Firenze, avevano preso una casetta in affitto che pagavano affittando a loro volta la casa di Piombino. Corinne aveva trovato posto in una galleria privata, un lavoro a chiamata. Alberto invece era diventato commesso in una libreria e questo gli permetteva di stare a contatto con tutti i libri del mondo. Nonostante la precarietà della loro nuova vita, erano felici.

Gli operai batterono con le spranghe sul cancello, il capo del sindacato urlò il suo disappunto: «Lavoratori, assistiamo alla sconfitta di un’intera popolazione. Da domani duemila famiglie non avranno più lo stipendio. E’ una catastrofe!» Un coro di proteste riempì la cittadina. Niente però potè fermare l’epilogo annunciato. I volti si diressero verso le ciminiere e assisterono allo spegnimento del fuoco. Si alzò un fumo nero che man mano divenne un filo sempre più lungo e sottile. Si diresse verso le nubi, si trasformò anch’esso in una nube, scura e densa che incombeva lugubre come l’angoscia dei presenti. Alberto mise un braccio intorno alla vita di Corinne, si strinsero e un brivido li attraversò. Era il momento topico della loro esistenza. Alberto intravide accanto alla nube nera un gabbiano  che virava  per evitare i fumi. Si dirigeva fiero verso la scogliera che dava su un tramonto infuocato. Vi si immedesimò e gli sembrò di sorvolare, al posto suo, la distesa cristallina. Il tepore buono della libertà lo avvolse. Niente gli parve impossibile, neanche il futuro.

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Amante della scrittura, ha una sogno nel cassetto: pubblicare

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