“Alla frontiera, ultima fermata” racconto

treno nella neve

 

La donna esile con una mano trascinava il bagaglio, con l’altra, una bambina petulante.

Una smorfia le corrugava la fronte mentre raggiungeva il binario. Come schegge di un vetro rotto, i lamenti della piccola arrivavano ai timpani dei passanti. Un uomo si avvicinò esitante:

«Posso aiutarla? Lei pensi a sua figlia. Ha un bel daffare!»

«Non è necessario, grazie.» Uno sguardo di velluto la lambì.

« Sbrigati andiamo… Uffa! » commentò la bambina. Lui afferrò la valigia e la tirò su fino al vano del treno.

«Grazie» disse la donna senza entusiasmo.

Il primo scompartimento era vuoto; si fermarono. Nel farlo, la donna ebbe un’esitazione. La tensione accumulata però ebbe la meglio e la fece desistere dal proseguire. Svestì la bambina, poi si sedette. Gli occhi inviavano lampi di apprensione che non sfuggirono all’uomo.

«Lasci che mi presenti, Augusto Franchi, piacere!» le porse la mano.

«Piacere, Oxana» rispose lei poco convinta.

«E tu?» rivolgendosi direttamente alla piccola.

«Arianna…»

La donna la interruppe bruscamente: «Perché non leggi il tuo giornalino, cara?»

Augusto aprì il quotidiano con una sola convinzione: la giovane donna era in preda all’ansia.

Non appena il treno fece cenno di muoversi, Oxana si lasciò andare a un lieve sospiro. Impercettibile, ma non per Augusto. Le piantò addosso uno sguardo inquisitorio. Per tutta risposta, lei gli indirizzò un’occhiata da cane braccato.

Augusto tornò alla lettura del giornale. Sentiva crescere la curiosità “Mi pagano per essere curioso”, si giustificò.

Il treno manteneva un ritmo forsennato e penetrava l’oscurità, come una lama calda il burro. Il pensiero di Oxana, svincolato da ogni appiglio contingente, volò a Costanza e Ugo che erano fuori per lavoro; presto avrebbero chiamato a casa e, non ricevendo alcuna risposta, si sarebbero allarmati. A quell’ora, avrebbero smosso la polizia. Un fremito di apprensione la investì da capo a piedi.

Aveva intrapreso la strada del non ritorno, lo sapeva, ma sentiva di aver assolto al proprio compito.

«Ho sete!» Arianna le tirò la manica del cappotto. Lei prese il thermos dalla borsa.

Augusto seguì la scena con il sospetto che viscido s’insinuava: la donna non era la madre della bambina. Si chiese perché  fosse con lei su un treno per la Slovenia. Un campanello d’allarme gli suonò dentro.

Maledisse la deformazione professionale che non lo lasciava mai. Cercò di uscire dalla contorsione dei suoi pensieri e ritornò allo scopo del viaggio: il giorno dopo sarebbe tornato a Dubrovnik, dove viveva Marjia; le avrebbe chiesto di sposarlo.

«Chiama la mamma!» disse Arianna accorata.

«Appena arriviamo, la chiamiamo subito. Promesso!»

Oxana accarezzò la bambina che lentamente si addormentò. Poi prese il cellulare, lo accese e lo controllò: i coniugi Ferri l’avevano cercata più volte. Lo spense subito.

Dopo aver spiato il gesto, Augusto entrò in modalità di massima allerta, il poliziotto che era in lui prese il sopravvento. Provò con la sua abilità inquisitoria: «Riposi pure. Sorveglierò io la bambina.»

«Grazie, ma non ho bisogno di riposare.» L’accento slavo della donna a un tratto gli suonò sinistro.

«Come mai se ne occupa, se posso?»

Lei si sforzò di rimanere impassibile.

«Sono la tata. Stiamo raggiungendo i genitori in Slovenia, si trovano lì per lavoro.»

« Una sorpresa?»

«Cosa glielo fa pensare?» Chiese Oxana con un filo di voce

«Niente… la piccola le ha chiesto di chiamare la mamma e lei ha rimandato. Solo una deduzione.»

La donna si sentì assediata, cercò di non commettere altre imprudenze.

«Sì, ha indovinato. Ho preso questa iniziativa per far felice Arianna. Perciò sono un po’ in ansia» La cosa gli parve plausibile, il dubbio però rimaneva. Erano al confine.

«La mamma ha chiamato?» irruppe Arianna.

Augusto tentò una mossa disperata: «Dalla Slovenia non si prende il segnale.»

«Non è in Slovenia la mamma, è a Roma!» riferì la piccola d’un fiato.

Oxana sbiancò. Si alzò di scatto, prese la bambina per mano e fece per uscire.

«Vieni amore, avrai fame!»

«Signora le consiglio di sedere, sono un poliziotto. Mi dica tutto.» Disse con fermezza Augusto.

«Ora no, abbia pietà!» Augusto le intimò di non muoversi e uscì alla ricerca del capotreno. Doveva far fermare il treno subito o sarebbe stato tardi. Erano quasi oltre frontiera.

Oxana teneva stretta la piccola Arianna che piangeva. La baciò e le disse:

«Chiamiamo la mamma. Dille che stai bene.»

«Non andiamo più nel posto dove ci sono tanti giochi?»

«Forse un giorno.» Le scese una lacrima.

Il treno sussultò come un cavallo imbizzarrito e con uno stridio doloroso si fermò.

Nello scompartimento entrarono il capotreno e Augusto con il cellulare all’orecchio. Aveva in linea la centrale di Milano. Seppe che due coniugi cercavano la figlia scomparsa con la tata. Eccole là, vi si era imbattuto per uno strano gioco del destino.

Nell’angusto ufficio della polizia ferroviaria arrivò la confessione di Oxana, dolorosa quanto tutta la sua vita: Arianna era sua figlia, l’aveva lasciata piccolissima nella nursery di un ospedale, ma non si era mai disinteressata di lei. Aveva saputo dell’adozione da parte dei coniugi Ferri e aveva fatto di tutto per diventare la sua tata, lo scopo era rapirla e portarla con sè in Slovenia, il suo paese di origine. Augusto provò pena per lei, le prese le mani e gliele strinse. La rassicurò, le sarebbe stato vicino.

Il treno ripartì senza Augusto e Oxana. Marja avrebbe aspettato invano.

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