Il “self publisching” selvaggio

self-publishing-2Pubblicare un libro, conferirgli vita autonoma permettendo che diventi parte dell’immaginario del lettore, è il sogno di tutti gli scrittori o aspiranti tali.

Chi di noi, anche per una sola volta, non ha abbracciato il desiderio di stringere tra le mani il proprio libro come premio meritato dopo tante fatiche “scrittorie”? Magari  si è giunti, persino, a immaginarlo con l’elegante copertina lucida, il titolo vergato in oro, la quarta di copertina con la trama e la biografia in bella mostra…

Il sogno irrealizzato ha invece il risvolto ruvido della realtà e la quantità di fattori, tra i quali quello che denominiamo “Fortuna o Fato”, che ne possono determinare la realizzazione, è complessa . Pubblicare un libro è un’impresa ardua, soprattutto con una Casa Editrice seria e di comprovata fedeltà alla causa letteraria.

Molti autori, pertanto, stanchi di inviare il proprio manoscritto e di ricevere in cambio solo uno stentoreo  silenzio, ricorrono ad altre strade: in primis all’e-book e, come ultima spiaggia, al self publisching, cioè all’autopubblicazione (vedi qui).

La scelta dell’e-book è una strada apparentemente più semplice: essa è di certo più dinamica in quanto ha tempi dimezzati rispetto a quelli dell’editoria classica; ma la casa editrice che deve pubblicare un lavoro in versione digitale, mantiene la facoltà di sceglierlo o meno in base agli stessi criteri di cui si avvale l’Editore in cartaceo. Se il manoscritto non vale la pubblicazione, per diversi aspetti che prenderemo in esame, non verrà pubblicato neanche in versione e-book.

Quali sono gli aspetti del manoscritto da tenere sotto controllo prima di inviarlo a una Casa editrice?

Questa domanda è fondamentale e dovrebbe guidare il nostro operato. Una volta terminato il manoscritto, infatti, inizia la vera opera che  determina la pubblicazione del libro o al contrario lo destina al rigetto.

In primo luogo l’opera va lasciata a decantare come il vino nella botte. Devono trascorrere dei mesi tra la chiusura e il momento della revisione. L’autore ha modo di distaccarsi completamente dalla propria creatura: in tal modo sarà più facile vederne i difetti e i pregi. Finché è troppo coinvolto dalla vicenda a cui ha dato vita, non vedrà altro che pregi e nessun difetto, per lo stesso principio per cui “Ogni scarrafone è bello a mamma soia”.

Nella revisione, si procede in modo da tener conto della correttezza formale, compreso l’uso degli spazi,  della punteggiatura e di tutte le minuzie dell’ortografia; coerenza testuale, che riguarda la struttura del racconto, la credibilità dei personaggi, la coesione sintattica e temporale, nonché la struttura dei capitoli.

Per tener conto di ogni aspetto, una revisione spesso non è sufficiente, è necessario ripetere la revisione del testo più volte. La conclusione del processo di revisione è sfiancante più della creazione stessa del manoscritto e occupa molto tempo.

A questo proposito riporto una piccola testimonianza diretta: il mio primo romanzo che è entrato in finale al Concorso letterario “Io scrittore”, è tornato nella quarta fase di revisione che, prevedo, occuperà diversi mesi e qualche capello bianco.

Quando lasciare il manoscritto? Quando non ci chiama più, tanto per usare la frase di una scultrice. Ella intendeva dire che l’opera creata, a un certo punto  non evoca più niente nell’artista; a quel punto è pronta per spiccare il volo.

Il self publisching, nella forma che ha assunto, lascia perplessi. In linea generale può considerarsi una valida scelta quando, dopo diversi tentativi, non si è ancora giunti a niente di concreto: il tempo passa e l’autore vive gli insuccessi come una frustrazione che cresce a ogni tentativo fallito.

Nel frattempo, però, desidera comunicare il proprio mondo agli altri, e se per riuscirci, l’unico modo è l’autopubblicazione, vi ricorre. In questa spinta non c’è niente di male, anzi ha la dignità derivata dalla forza di credere in ciò che si è creato.

Vale la pena di riflettere invece sugli eccessi ai quali si è ormai giunti: il self publisching selvaggio.

I manoscritti non fanno in tempo a uscire dalla mente dell’autore che sono già in vendita on line. Nessuna revisione, niente editing e, aggiungiamo, poco rispetto per i potenziali lettori.

In questo fenomeno, ahimé, non riesco a scorgere la forza dignitosa che ha l’autopubblicazione consapevole; piuttosto lo interpreto come un atto protervo da parte dell’autore di imporsi a qualunque costo.

Questo potrebbe ancora passare, se non fosse che il self publisching selvaggio è dannoso soprattutto per chi lo perpetra.  L’autore che pubblica un prodotto scadente mina la propria credibilità; in un’epoca in cui ciò che arriva su Internet, difficilmente ne uscirà, il fattore della credibilità è un elemento sul quale dobbiamo puntare molto.

In secondo luogo, le opere scadenti che circolano sulle piattaforme on line, piene zeppe di refusi, rischiano di travolgere  il futuro stesso dell’editoria seria. I lettori che s’imbattono in simili manoscritti giungeranno a distaccarsi dal mondo dei libri e della parola scritta.

In conclusione, ribadiamo il nostro al self publisching serio, quello realizzato con criterio e con enorme rispetto per la letteratura e i lettori.

No alla pratica del self publisching selvaggio  che può generare effetti a catena di cui non conosciamo ancora la portata.

Il tema è molto complesso e le vostre opinioni magari divergeranno dalla mia. Vi chiedo di esprimere un parere per ottenere un po’ di chiarezza in più. Grazie.

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