Descrivere o raccontare?

fioriSi deve indugiare con la descrizione di ambiente e personaggi, o, piuttosto, è meglio raccontare speditamente, trascurando quelle che molti ritengono lunghe  pause di noia ?

Ecco un altro dubbio che  attanaglia nella stesura di una storia. E non è un dubbio da poco, perché   descrivere senza annoiare, non è per niente facile.

Ma procediamo per gradi.

Significato e compito

Il racconto è l’elemento  dinamico della narrazione, grazie al quale la storia si evolve e i personaggi agiscono nell’ambito della dimensione temporale.

La descrizione, piuttosto, rappresenta l’aspetto statico, ovvero la dimensione spaziale: il luogo dell’agire, l’ aspetto dei personaggi, il particolare modo del loro agire.

Le due tecniche sono entrambe necessarie per offrire alla storia la  giusta tridimensionalità. Se strutturate sapientemente, devono risultare un tutt’uno inscindibile. Nella descrizione spesso si nascondono gli elementi salienti  che danno l’impulso alla narrazione. Quest’ultima infatti nasce  in luoghi ben precisati e si alimenta tramite immagini e oggetti specifici.  La descrizione è la preparazione di una fetta di mondo in cui lo scrittore pazientemente vi organizza una fetta di vita. Vi pare poco?

Indietro nel tempo

Fin dalle origini del romanzo la parte narrativa ha sempre avuto preponderanza rispetto alla funzione descrittiva, con alcune eccezioni.

Nel settecento gli scrittori creavano descrizioni minuziose  sia dell’ambiente che dei personaggi. Non è raro trovare chi, all’epoca, a ogni pagina di descrizione vi affiancava qualche rigo di narrazione. Pensiamo alla Austen che si soffermava con occhio felice su ogni dettaglio. Eppure  le descrizioni realizzate da scrittori tanto dotati sono esercizi di stile che non annoiano mai. Se mai, incantano.

Nell’ottocento, vedi i grandi russi, la descrizione subisce un ridimensionamento rispetto all’incalzare della storia, anche se è tenuta in gran conto  per creare personaggi riconoscibili e ambientazioni inconfondibili.

Siamo nell’epoca  in cui l’immagine è mediata solo attraverso i dipinti; lo scrittore al pari di un pittore è chiamato ad arricchire l’immaginario collettivo di scenari e figure. Il  compito estetico del romanzo, in assenza di film e foto, è necessario e irrinunciabile.

Agli inizi del novecento assistiamo stranamente a tentativi ben riusciti di spostare l’ago della bilancia a favore della descrizione. Pensiamo all‘école du regard , il filone intellettuale francese che, rovesciando i piani della narrazione, tenta di realizzare intere opere statiche attraverso descrizioni geometriche ed enigmatiche.

George Perec nel suo monumentale La vita. Istruzioni per l’uso, offre al lettore un curioso esempio della tecnica della scuola dello sguardo. Immagina che a un palazzo parigino sia stata tolta la facciata e che tutte le stanze, dal pian terreno fino al tetto, siano visibili simultaneamente. Un esempio felice di un romanzo statico basato sulle sole descrizioni.

 

Azione e descrizione oggi

Oggi che senso ha descrivere, visto che siamo in piena era internet,  bombardati da immagini di ogni tipo in tempo reale? Non è il caso di trascurare la descrizione  a favore di una narrazione serrata e continua? La tendenza degli scrittori contemporanei è questa: imprimere brevi e intense pennellate in qua e là, trascurando il classico succedersi di sequenze narrative e descrittive.

Si tratta di scegliere un dettaglio e riempirlo di significato. Leggete questo piccolo assaggio tratto da Sulla strada di Kerouac per farvi un’idea:

Ci fermammo nell’inconcepibile dolcezza. Faceva caldo come nell’interno di un forno da panettiere in una notte di giugno a New Orleans

Mentre leggiamo, ci sembra di sentire quel caldo, di esserci immersi grondanti di sudore. Solo un dettaglio, ma ci sembra di essere in quel forno, vedere il panettiere che impasta e che magari di tanto in tanto si asciuga la fronte imperlata di sudore con la mano infarinata. La cura del dettaglio si comprende anche dalla scelta finale dell’immagine. Lo scrittore nomina New Orleans, la città dell Louisiana, famosa per la sua calura messicana. Non è una scelta casuale. Niente è casuale. Ogni scelta espressiva è fatta con cura e ha un peso.

Perec racconta che quando incominciò a scrivere, fece leggere un manoscritto al suo professore. A un certo punto nella storia si parlava di un portacenere. Il professore gli disse: Non vedo il portacenere. Ho visto la parola, ma non il portacenere. Da lì,  Perec iniziò a descrivere portaceneri.

Prendiamo, infine, un altro esempio di descrizione. Si differenzia molto per originalità e capacità dello scrittore. Riesce ad aprire un mondo attraverso uno spiraglio quotidiano:

Seduto nel tram osservo con cura, com’è mia abitudine, i dettagli dei passeggeri che mi siedono di fronte. I dettagli per me sono cose, voci, lettere. Separo il vestito della ragazza che è davanti a me dalla stoffa di cui è fatto e dalla lavorazione che è stata necessaria a cucirlo (poiché lo vedo come vestito e non come stoffa), e il ricamo leggero che orla il colletto mi si divide nel filo di seta ritorto con il quale è stato ricamato e nelle lavorazione che c’è voluta per ricamarlo…. La testa mi gira. I sedili del tram, come una trama di una paglia sottile e resistente, mi portano a regioni lontane, mi si moltiplicano in industrie, operai, case di operai, vite, realtà, tutto. Scendo dal tram esausto e sonnambulo. Ho vissuto tutta la vita.

Da Il libro dell’inquietudine di Fernando Pessoa

Conclusioni

Sono molti i lettori che ammettono di saltare le descrizioni, perché le trovano lente e noiose. Piuttosto è l’azione è ciò che rincorrono nel libro. Ma la descrizione a differenza della narrazione, che incalza talvolta in un ritmo frenetico , serve anche a offrire delle pause, permettendo al lettore di rifiatare. Immaginate  dei corridori, che ogni tanto, nel bel mezzo di una gara, abbiano la possibilità di fermarsi e gustare il panorama o raccogliere un fiorellino per osservarne i particolari. Descrivere è un gesto che richiede pazienza, la stessa del fotografo che aggiusta l’inquadratura e aspetta la luce perfetta per effettuare lo scatto.

E voi amici, cosa ne pensate? Amate la descrizione o preferite l’azione?

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2 commenti su “Descrivere o raccontare?

  1. Hai toccato un argomento molto delicato per me. Come lettrice a me le descrizioni piacciono, è molto raro che arrivi a saltarle (mi è capitato di saltare altro, se è per questo). Quando scrivo invece la questione si fa più complessa. Nel mio primo romanzo ce ne erano pochissime, e diversi lettori hanno lamentato questa mancanza. A quei tempi avevo una scrittura piuttosto asciutta, ma poi (anche alla luce di questi suggerimenti) ho cambiato rotta e infatti nel mio secondo romanzo abbondo con le descrizioni. E diversi lettori l’hanno vista come una grossa pecca, il troppo non va bene. Dunque ora vedo questo aspetto della scrittura come uno dei più delicati e complicati. Si tratta probabilmente di comprendere come “dosare” gli elementi descrittivi.
    Come hai sottolineato tu, oggi si è abituati a ritmi incalzanti. Ma io non posso fare a meno di chiedermi se questa direzione che abbiamo preso sia davvero un bene.

    1. Grazie Maria Teresa, i tuoi dubbi sono anche i miei: se descrivere molto o poco. Sto tentando di trovare un equilibrio.
      Credo molto nell’ipotesi che descrivere restituisca alla storia pause di riflessioni utili. Per intenderci, se il protagonista della storia siede su una panchina del parco
      a osservare il paesaggio, la storia prende tempo, si ferma e il lettore si riposa. Un commento sul tuo modo di descrivere, visto che sto leggendo con interesse “Bagliori nel buio”. A me piace, credo che tu abbia trovato quell’equilibrio di cui sto parlando

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