“La vita dietro una veneziana” racconto noir

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Rebecca sferruzzava da ore nel silenzio interrotto a tratti da tuoni sordi e cupi. Seduta sulla poltrona giallo ocra, sdrucita, osservava l’intrico delle maglie e lo svolgersi della tormenta al di là della veneziana. Qualche gatto racimolava avanzi di pesce al limite della strada, di fronte al vecchio ristorante “Da Jonny”. Anche quella sera, pochi clienti. Rebecca scosse la testa, “Povero Jonny” pensò “sarà costretto a chiudere”. Anche lì, nel cuore della vecchia Chicago, era arrivato il gigante dei panini con l’hamburger fritto alla piatra.

Un’ombra oblunga si stagliò sull’asfalto della strada: riconobbe la figura di un uomo sulla quarantina. Ostacolato da forti raffiche di vento, si dirigeva  nella villetta con la ringhiera. Era la casa di una graziosa ragazza, la sua vicina. Per quanto ne sapeva, la giovane viveva da sola, non aveva mai aveva visto nessuno entrare in quella casa. S’incuriosì: era la prima volta che un uomo bussava alla porta di fronte. Pensò fosse un innamorato della padrona di casa e seguì la scena, presa da lontani ricordi, appoggiando il lavoro a maglia nel cesto. La porta della casa di fronte si aprì. Rebecca intravide il volto roseo della ragazza, turbato da una venatura di angosciata sorpresa. Poi ne osservò i movimenti nervosi: si era ritratta come per far passare l’uomo. Con incedere deciso egli l’aveva superata ed era scomparso dietro alla porta. Rebecca distolse lo sguardo rimproverandosi per la mania di osservare la vita degli altri. Non si riteneva una donna curiosa, no, piuttosto afflitta da una pesante solitudine a cui non si era mai abituata. Guardare gli altri, scrutarne i movimenti, vederli conversare, ascoltarne di tanto in tanto le parole, le faceva sembrare meno penosa la sua condizione. Da tempo immemorabile, non c’era  stata un’anima che avesse varcato la soglia della sua casa decrepita.

Un bagliore giunse a squarciare il cielo tetro e a rischiarare la strada di pece. Rebecca vide che, nella villetta di fronte, si discuteva animatamente. La tenda chiara amplificava la scena e dava ai contorni ondeggianti, un aspetto inquietante. L’uomo teneva nella destra un coltello e con l’altra stringeva la donna alla vita; poi le puntava la lama alla gola. Lei cercava di divincolarsi senza riuscirvi. Lui ebbe la meglio e la donna cadde.

Rebecca ebbe un sussulto, un brivido la scosse. Forse era morta. Purtroppo non poteva fare niente per lei, maledisse la sua impotenza che era anche la sua schiavitù. Poi come in un film, assisté alla fuga dell’uomo nella notte con il cappello calato e con passo spedito.

La tormenta aumentava di minuto in minuto e la pioggia battente divenne  sinistra, come mille dita che spingessero per aprire la vetrata. Chiuse la veneziana e si rifugiò nella cucina, al riparo dall’orrore a cui aveva assistito, al riparo dall’inquietudine che l’avvolgeva con le sue spire maligne.

Improvviso come uno spiffero di vento, sentì un fruscio di abiti e il lieve tonfo di piccoli passi. Le parve di sognare,  non le sembrava possibile che un visitatore entrasse, da troppo tempo la sua casa giaceva semidistrutta e pericolante. Anche le bestiacce ormai stavano alla larga da quell’orrido posto. Si mosse per capire da dove provenisse la presenza. Un passo verso quello che un tempo era il salotto e inorridì: la vicina stava di fronte a lei con un grosso squarcio alla gola e il viso terreo.

Fece per fuggire, poi ricordò la propria condizione e tremando disse: «Anche tu?»

«Come puoi vedere… ora so. Ti ho vista, non era mai successo prima. Per me non esistevi. Ma stasera ti ho vista. Stavi alla finestra e guardavi. Le tue veneziane sono sfondate, troppo ridicole per coprirti, brutta vecchiaccia!»

«Cosa vuoi?»

«Capire.»

«Non c’è niente da capire.  È finita. Ora sarai sola, come me.»

«Non ci sto, non può essere. Io voglio andare dove c’è la luce, non rimanere in queste tenebre.»

«Prima devi avere giustizia.»

«Perché non sei intervenuta?»

«Non posso più aiutare nessuno, neanche me stessa!» La giovane come un’ossessa prese a urlare e a muoversi, folle dal terrore che l’aveva avvinta.

Rebecca ebbe un moto di pena, cercò un contatto, ma per quanto si sforzasse, non poté sfiorarla. Erano una di fronte all’altra eppure distanti anni luce.

Ci furono in sequenza, la sirena della polizia, un tonfo sordo di portiere e il lampeggiare convulso di un’ambulanza. Corsero alla finestra. Una folla di vicini e poliziotti  entrava e usciva dalla casa di fronte, intanto due infermieri portavano sulla barella un corpo immobile.

«Un sacco vuoto… Io sono qui, brutte bestie!» urlò la giovane

Il vento furioso come animale ferito riportò al di là del vetro qualche frase. Un vicino indicava proprio la casa dove si trovavano.

«Lì non ci abita nessuno. È disabitata da trent’anni. Ci stava una zitella, una certa Rebecca Croft. Uccisa anche lei in una notte come questa. L’assassino non è mai stato trovato. Si dice che il suo fantasma vaghi in quelle stanze in cerca di giustizia»

«Che coincidenza inquietante!» rispose il poliziotto.

Le due donne si guardarono e un brivido le attraversò: si chiesero perché era toccata loro una simile sorte.

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