Una questione di stile

questione-di-stile-san-zeno-naviglio-bresciaEsistono miliardi di libri, questo non vuol dire  che ogni libro racconti una storia diversa: spesso significa anche che la racconta in un modo originale.  Si può raccontare la stessa storia  infinite volte, ma se lo si fa cambiando stile sembreranno  storie nuove. Un modo divertente per capire cosa significa raccontare una stessa storia cambiando stile ce l’ha dato lo scrittore francese Raymond Queneau, in un libro intitolato Exercices de style (Esercizi di stile). Questo libro, sapientemente tradotto in italiano da Umberto Eco, racconta per ben 99 volte… la stessa, banalissima storia…

   Sulla S, in un’ora di traffico. Un tipo di circa ventisei anni, cappello floscio con una cordicella al posto del nastro, collo troppo lungo, come se glielo avessero tirato. La gente scende. Il tizio in questione si arrabbia con un vicino. Gli rimprovera di spingerlo ogni volta che passa qualcuno. Tono lamentoso, con pretese di cattiveria. Non appena vede un posto libero, vi si butta. Due ore più tardi lo incontro alla Cour de Rome, davanti alla Gare Saint-Lazare. È con un amico che gli dice: «Dovresti far mettere un bottone in più al soprabito». Gli fa vedere dove (alla sciancratura) e perché.

In quanti modi si può scrivere una storia?

Infiniti, sembra dirci Queneau e per dimostrarlo propone un centinaio di modi. Ne ho scelti tre: quelli che per la loro diversità rappresentano tre esempi chiarificatori.

Modern style

      “Okay baby, se vuoi proprio saperlo. Mezzogiorno, autobus, in mezzo a una banda di rammolliti. Il più rammollito, una specie di suonato con un collo da strangolare con la cordicella che aveva intorno alla berretta. Un floscio incapace anche di fare il palo, che nel pigia-pigia, invece di dar di gomito e di tacco come un duro, piagnucola sul muso a un altro duro che dava di acceleratore sui suoi scarpini – tipi da colpire subito sotto la cintura e poi via, nel bidone della spazzatura. Baby, ti ho abituata male, ma ci sono anche ometti di questo tipo, beata te che non lo sai.
Okey, il nostro fiuta l’uppercut e si butta a sbavare su un posto per mutilati, perché un altro rammollito se l’era filata come se arrivasse la Madama.
      Finis. Lo rivedo due ore dopo, mentre io tenevo duro sulla bagnarola, e che ti fa il paraplegico? Si fa mettere le mani addosso da un floscio della sua razza, che gli fiata sulla balconata una storia di bottoni su e giù che sembrava Novella Duemila.”

Retrogrado

     ” Dovresti aggiungere un bottone al soprabito, gli disse l’amico. L’incontrai in mezzo alla Cour de Rome, dopo averlo lasciato mentre si precipitava avidamente su di un posto a sedere. Aveva appena finito di protestare per la spinta di un altro viaggiatore che, secondo lui, lo urtava ogni qualvolta scendeva qualcuno. Questo scarnificato giovanotto era latore di un cappello ridicolo. Avveniva sulla piattaforma di un S sovraffollato, di mezzogiorno.”

Prezioso

      “Era il trionfo del demone meridiano. Il sole accarezza con accecante virilità le opime mammelle dell’orizzonte ambrato. L’asfalto palpitava goloso esalando gli acri incensi del suo canceroso catrame roso da rosate lepre. Carro falcato, cocchio regale, gravido di enigmatica e sibilante impresa, l’automobile ruggì a raccoglier messe umana molle di molli afrori, dissolta in esangui foschie al parco che tu dici Monceau, o Ermione. Sulla lucida piattaforma di quella macchina da guerra della gallica audacia, ove la folla s’inebria di amebiche voluttà, un efebo, di poco avanti alla stagione che ci fa mesti, con una calotta fenicia onusta di serpenti, la voce esile dal sapor di genziana, alto levò un clamore, e l’amarezza dei suoi lombi espanse, e de’ suoi calzari feriti da un barbaro, da un oplite ferigno, da un silvestre peltasta.
Poscia, anelante e madido, cercò riposo, esangue di deliquio. Di poco la clessidra aveva sbavato i suoi rugosi umori e ancora il vidi, alla Corte di Roma, astato come bronzo, con un sodale dal volto d’Erma e senza cigli, androgino Alcibiade che il petto gli indicava, il dito come strale, l’ugne tese a ferire. E con voce d’opale, di un bottone diceva, e di sua ascesa, a illeggiadrir la taglia, e a tener la rugiada umida lungi.”

Come una sinfonia

Gli esperimenti aumentano vertiginosamente, come in un’entusiasmante composizione di free jazz: l’autobus della linea S viene percepito e curiosamente raccontato dall’olfatto, dal gusto e dall’udito. Leggiamo onomatopee “A boarrrdo di un auto (bit bit, pot pot!) bus, bussante…”, comunicati telegrafici “BUS COMPLETO STOP TIZIO LUNGO COLLO CAPPELLO TRECCIA APOSTROFA SCONOSCIUTO SENZA VALIDO PRETESTO STOP…”.

Siamo invitati a vedere l’azione da diversi punti di vista: quello del reazionario: “Naturalmeexercices-de-stylente l’autobus era pieno e il bigliettaio sgradevole…”, quello scientifico e privo di emozioni dell’insiemista: “Nell’autobus S si consideri l’insieme A dei passeggeri seduti e l’insieme D dei passeggeri in piedi…”; quello incerto del protagonista di “Dunque, più tardi, cioè alla Gare Saint-Lazare, l’ho rivisto, dunque. Cioè, era con un tale che, dunque, gli diceva, cioè quel tale: ‘dunque, dovresti far mettere un altro bottone, dunque, al soprabito. Cioè… . O quello maldestro del cafoncello in cui c’è un uso smodato del turpiloquio.

Un vortice di variazioni sul tema, insomma, da lasciare a bocca aperta. V’invito a leggere gli Esercizi di stile di Queneau:  non contribuirà forse a suggerirvi lo stile giusto, né a cambiare quello che avete messo a punto; propone comunque una riflessione divertente e utile.

Colgo l’occasione per augurarvi buone vacanze a tutti!

 Arrivederci a Settembre

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Amante della scrittura, ha una sogno nel cassetto: pubblicare

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