Un libro da riscoprire: La coscienza di Zeno

images (29)“La coscienza di Zeno di Italo Svevo è il rapporto di un viaggio nell’oscurità della psiche, che ripete in forma liquida i tratti dell’oscurità sociale borghese, la durezza opaca dei suoi istituti, l’implacabilità del suo codice di comportamento.”(M. Lunetta)

Che senso ha la lettura della Coscienza di Zeno?

Se quello che scriviamo è marchiato a fuoco da quello che abbiamo letto, di sicuro un lettore di Italo Svevo qualora si cimentasse nella scrittura creativa, non può dimenticarne il disincanto, l’ironia ma soprattutto l’abilità con cui l’autore ha scandagliato l’animo umano.

La cultura di Svevo, Ettore Schimtz all’anagrafe, era mitteleuropea; egli  era triestino, quando Trieste era permeata dalla cultura austriaca e dalla mentalità di frontiera. Lo scrittore aveva seguito da vicino gli studi di Freud, aveva un’amicizia epistolare con Joice, il grande scrittore di Dublino che aveva scardinato il vecchio modo di scrivere con l’introduzione del Flusso di coscienza. In un quadro del genere lo stile di Svevo si modella su parametri completamente nuovi rispetto alla tradizione del romanzo ottocentesco, precorre il realismo e vi include una nuova prospettiva, che sarà la peculiarità del novecento, quello dell‘uomo irrisolto, che è alla ricerca di dare senso alla propria vita.

Se ne deduce che una lettura del genere è più che mai attuale e necessaria, offre infatti risorse indispensabili per maturare lo stile introspettivo e affinare l’abilità nel delineare il ritratto psicologico dei personaggi

L’inettitudine

Il protagonista, Zeno Cosini, rivela fin dal principio della narrazione l’inettitudine alla vita e all’adesione ai canoni istituzionali del suo tempo. Gli interrogativi, le ansie e il malessere profondo che ne deriva lo obbligano a un percorso di psicanalisi – ecco la necessità di tenere un diario – di cui il protagonista però non è pienamente convinto. Nonostante egli segua le tesi di Freud, le considera alla stessa stregua di chiacchiere da salotto più che teorie volte allo studio dell’animo.

Da un anno non avevo scritto una parola, in questo come in tutto il resto obbediente alle prescrizioni del dottore il quale asseriva che durante la cura dovevo raccogliermi solo accanto a lui, perché un raccoglimento da lui non sorvegliato avrebbe rafforzato i freni che impedivano la mia sincerità, il mio abbandono. Ma ora mi ritrovo squilibrato e malato più che mai e scrivendo credo che mi netterò più facilmente del male che la cura m’ha fatto.

L’atteggiamento di Svevo nei confronti della psicanalisi è ironico, egli è convinto che le nevrosi sono parte integrante della ricchezza della psiche e che non esiste una distinzione netta tra salute e malattia. Giungerà alla fine a comprendere che il giusto rapporto con la vita risiede nella gestione delle proprie nevrosi.

La verità

Nel racconto di Zeno c’è un’ambiguità di fondo che si basa su un principio: ogni avvenimento, ogni legame, ogni aspetto della realtà è filtrato dalla coscienza. Può essere veritiero? La risposta è no. La realtà non è attendibile, non è vera perché è una rappresentazione di ciò che si percepisce e si sente.

Ecco allora la ricerca spasmodica della verità che nel personaggio equivale alla salute.  La Verità-salute è lo scopo principale al quale è volto  l’agire di  Zeno. Ma la tensione primaria alla verità è di per sé anche un paradosso. La verità infatti è immutabile e stabile, la vita invece è un continuo evolversi, un flusso costante in sui niente può definirsi pienamente colto. In questo paradosso, il quadro che ne esce è frammentario  e molteplice e sfocia, per la sua drammaticità, a una dimensione umoristica. Svevo realizza così la tesi che per riprodurre la veridicità dei sentimenti, l’aspetto tragico lo si tocca solo attraverso il comico.

Le nevrosi

Raccontare le nevrosi, mostrare l’enorme potenziale che esse hanno per l’animo umano, ecco uno degli aspetti che in Svevo incanta. Il romanzo inizia con il mettere a fuoco la nevrosi che lo porta a fumare:

Non so come cominciare a scrivere [del fumo] e invoco l’assistenza delle sigarette tutte tanto somiglianti a quella che ho in mano…Tutto ciò giaceva nella mia coscienza a portata di mano. Risorge solo ora perché non sapevo prima che potesse avere importanza. Ecco che ho registrata l’origine della sozza abitudine e forse ne sono già guarito. Perciò, per provare, accendo un’ultima sigaretta e forse la getterò subito disgustato.

La paura della malattia e del decadimento fisico. Da qui la scoperta di amare la moglie che gli appare il ritratto della salute:

Io sto analizzando la sua salute, ma non ci riesco perché mi accorgo che, analizzandola, la converto in malattia… Le mie lesioni si erano fatte meno velenose. Fu d’allora che l’atteggiamento mio immutabile fu di lietezza. Era come un impegno che in quei giorni indimenticabili avessi preso con Augusta e fu l’unica fede che non violai che per brevi istanti.

La presa di coscienza

La coscienza per Svevo, ma anche per noi, è il luogo dove tutte le contraddizioni e i contrasti si realizzano e si consumano. Non è un luogo di pacificazione, ma di conflitto. La coscienza in questo senso genera inderminatezza e movimento. Ecco perché è molto più vitale di ogni altro aspetto umano e molto più interessante di ogni quadro statico di salute.

Il capolavoro di Svevo è un caposaldo per mettere a punto un viaggio interiore, per coglierne tutte le possibili sfaccettature. Se ancora non vi siete imbattuti nella lettura del libro, vi consiglio di farlo. L’attualità e la freschezza del romanzo vi sorprenderanno. Buona lettura!

E… aspetto la vostra personale recensione.

 

 

 

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Amante della scrittura, ha una sogno nel cassetto: pubblicare

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