Chi ha ucciso lo stile?

54eca249fd7d3d1466b2b6296c2d828bUn famigerato Killer si aggira tra le pagine del libro.  Dicono che uccida lo stile con un gas soporifero. Fa di tutto per mimetizzarsi tra le parole, mascherandosi in vari modi. Ma il suo fetore è inconfondibile, si percepisce subito.  Il nome del personaggio misterioso è Cliché.

Dobbiamo riuscire a neutralizzarlo prima che annienti la storia che stiamo scrivendo.

Il termine cliché, a partire dal 19° secolo, denominò la placca metallica che permetteva la riproduzione in serie di una composizione tipografica. Dal significato reale a quello figurato il passo è stato breve. Cliché, ovvero: ripetizione di frasi preconfezionate.

Non tenterò di scoprire i cliché di cui si abusa a livello linguistico per descrivere il mondo. Sono i cosiddetti luoghi comuni. Sappiamo che sono numerosi e persistenti, ma non è il compito che mi sono prefissa.

Il tentativo di scovare l’acerrimo nemico riguarda la narrativa:

La guardò con occhi espressivi: era una giovane ragazza. Le  labbra rosso fuoco, le forme sinuose del corpo gli diedero il capogiro .  Il sole era alto nel cielo, la luce irradiava i due amanti avvinghiati. La casa era piccola ma graziosa. Il tramonto li sorprese… all’improvviso calò la notte scura. Vivevano l’uno per l’altra, finché un giorno… Il tradimento, si sa, è un’arma a doppio taglio… lo fece per rispondere a quella insopprimibile voglia di libertà. La guardò attonito. Fuggì da lui… si ritrovarono l’una nelle braccia dell’altro. Capirono che non potevano vivere lontani. Al colmo della felicità, si giurarono amore eterno.  Brucianti di passione,  andarono incontro al futuro, sicuri che niente li avrebbe più separati.

Ogni riferimento a storie altrui è del casuale, lo giuro.

Non sentite anche voi una puzza inconfondibile? Il brano è oppresso da cliché che non comunicano niente. Tutto appare così scontato da paralizzare la voglia di proseguire.

Purtroppo i cliché si annidano ovunque, trovarli non è un lavoro da poco. Anzi, sono le espressioni che per prime bussano alla nostra mente. Mai come oggi la memoria dell’uomo abbonda di stereotipie provocate da Internet e dai media in genere. Poco è veramente autentico e originale.

In narrativa, rischiare l’effetto “minestra riscaldata” è un attimo. Proviamo a seguire alcuni accorgimenti per evitare di cadere nella banalità.

5 domande per evitare il cliché

È necessario aggettivare sempre? No. La regola è: utilizzare un aggettivo solo ed efficace, al posto di cento banali. Centellinare gli aggettivi  può essere la chiave per evitare i cliché.  Tornando alla giovane ragazza del brano: nel nome c’è già la connotazione dell’età. Ribadirlo con una qualità è ripetitivo.

Perché utilizzare la solita  terminologia ? Labbra rosse, occhi grandi ed espressivi, naso regolare, tono sommesso, sguardo attonito, andatura dinoccolata (io stessa l’ho attribuita a due personaggi): sono espressioni che  non aggiungono niente all’immaginazione. Il lettore si annoia perché  vede poco e niente.  È più efficace soffermarsi su aspetti insoliti: la ruga in fronte, un neo, la forma delle sopracciglia, l’andatura zoppicante, il modo di gesticolare.

Perché percorrere la strada più facile? Ogni genere narrativo ha espedienti narrativi che altri hanno utilizzato in modo magistrale. Nel riproporli, si rischia l’effetto deja vu. Mi viene in mente, per il fantasy, il giovane orfano dotato di poteri magici, o, per il giallo, la vecchietta sagace. Non sarebbe più divertente sperimentare, ribaltare, rinnovare, piuttosto che inseguire i modelli cult del proprio genere narrativo? A proposito, la bufera che precede un omicidio è un cliché del noir letterario e cinematografico. Osiamo di più!

Gli uomini sono o no esseri liberi? Libertà, mai un principio è stato così abusato. Noi stessi ci proclamiamo esseri liberi e pensanti. Eppure i personaggi a cui diamo vita, talvolta, sono burattini pronti a obbedire a regole preconfezionate. Il buono- buonissimo, il cattivo-cattivissimo, la femme fatale che fa strage di cuori, l’oca giuliva troppo bella, il vecchio gufo saggio, insomma un concentrato di cliché previsto e prevedibile. Facciamo che i nostri personaggi parlino, agiscano, si ribellino a piacimento; che ridano e piangano se gli va; che impazziscano e rinsaviscano; che cadano in depressione e si risollevino; che siano buoni e cattivi a momenti alterni; proprio come noi.

Chi l’ha detto che deve finire come previsto? Non mi riferisco al  vissero felici e contenti delle fiabe. Ma all’abitudine di confezionare storie in cui il finale è già scritto a pagina 1. Per esemplificare:  se Lei, giovane e sprovveduta, si incontra con Lui, bello e impossibile, ci si attende che, dopo mille traversie,  i due si uniscano.  Se la protagonista, madre e moglie, si ammala gravemente, il minimo è che muoia in un mare di lacrime.

Anche per il finale la sfida è osare, sorprendere e sorprenderci. Lasciamoci condurre per mano dai nostri personaggi. Se li sapremo ascoltare, ci faranno capire qual è il destino che li attende. Pianificare aiuta a non perdere la rotta, lasciando però all’immaginazione ampio margine di intervento. Chissà che non scompigli tutto. Salveremo  il lettore dal supplizio della noia e noi dalla solita routine .

E voi, amici, avete qualche accorgimento da condividere per arginare il pericoloso cliché?

 

 

 

 

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La gente che piace a me si trova sempre sparsa qua e là; sono dei solitari... solo che si riconoscono non appena si trovano assieme

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