“Show. Don’t tell!”


show-dont-tell (1)“Mostri le cose che ha da dire, non le racconti!” l’invito, contenuto in una lettera, è di Flannery O’Connor  rivolto più di cinquant’anni fa a un suo allievo. La scrittrice americana non pensava certamente che il consiglio divenisse il motto più conosciuto e seguito dagli scrittori di tutto il mondo. Show, don’t tell è una tecnica narrativa insegnata in tutte le scuole di scrittura creativa, citata in miriadi di post e di articoli letterari.

Potevamo esimerci dal parlarne?

Sappiamo cosa sia questa tecnica e cosa significhi a livello teorico, ma molti di noi hanno difficoltà a usarla in modo efficace. A dispetto della formula essenziale in cui è racchiusa, in realtà risulta molto complicato mostrare al posto di raccontare. In primo luogo perché uno scrittore ha l’abitudine di narrare, è il suo mestiere! Chiedergli di non farlo, è un po’ snaturare il suo compito.

A rifletterci bene sembra quasi un controsenso. Sarebbe meglio a questo punto chiarire cosa significhi mostrare in narrativa, riferendoci ancora a quello che intendeva la O’Connor, quando espresse questo concetto. Ella era cattolicissima, un’austera credente senza alcuna retorica. Nel definirsi scrittrice proprio in quanto cattolica e non sebbene cattolica, la O’Connor insegnava ai suoi allievi  la più attesa delle aspirazioni che qualsiasi scrittore pensa di avere, a prescindere dalla sua fede: raccontare il mondo visibile perché si mostri l’invisibile. “Gli interessava rendere giustizia all’universo visibile perché ne suggeriva uno invisibile”.  Il suo insegnamento si basava su un principio che era relativo al pensiero: mostrare il mondo e non dirlo. Perché? Per dargli vita. Per far sì che quel mondo prendesse vita e che non fosse mai completamente compiuto, che il suo senso non si lasciasse mai catturare fino in fondo.

Mostrare il mondo e non raccontarlo significa quindi lasciare che esso stesso si dispieghi e si sveli agli uomini, senza alcuna interpretazione e mediazione da parte dello scrittore. Un metodo di un rigore realistico che spaventa.

Ma è fondamentale usare la tecnica del mostrare?  I romanzi di Manzoni e di Tolstoj non sono forse dei cardini della letteratura, pur  basandosi su un impianto narrativo classico? Si vuole ricusare la narrativa dell’ottocento e dei primi del novecento, in nome di una tecnica anglosassone del tutto diversa dal nostro sentire? Proprio in virtù di questi dilemmi, sono sorte numerose scuole di pensiero a favore dell’una o dell’altra tecnica. Oggi, in Italia, si propende per una sorta di compromesso: mostrare quando si deve mostrare e raccontare quando si ha l’urgenza di farlo.

In una storia ci sono diverse macro-sequenze, alcune devono prendere vita con le azioni e i dialoghi dei personaggi, nonché attraverso la descrizione dell’ambientazione; altre invece facciano pure da raccordi narrativi, per esempio quando ci sono salti di tempo o  cambiamenti del punto di vista da un personaggio all’altro.

Quattro sono gli accorgimenti utili a mostrare in modo efficace:

  • spiegare la storia attraverso i dialoghi e le azioni dei personaggi, senza interventi del narratore o commenti personali del tipo: disse con amarezza
  • usare i dati informativi ricavati dai cinque sensi: le percezioni tattili, olfattive, visive, uditive e gustative.
  • limitare al massimo o addirittura eliminare del tutto il verbo essere che è un verbo statico, a favore di verbi dinamici: fare, agire, trovarsi…etc.
  • usare la forma attiva al posto di quella passiva: spostarono il corpo piuttosto che il corpo fu spostato.

Ora non  rimane che provare subito, impegnandoci ad acquisire sempre meglio la tecnica dello Show don’t tell. Infatti sembra che i lettori preferiscano leggere le storie mostrate e lo facciano con più piacere e più partecipazione. D’altra parte chi va a teatro e al cinema, vuole vedere le azioni e assistere ai dialoghi dei personaggi, non ascoltare il racconto del drammaturgo o dello sceneggiatore. Se così fosse, chi vi andrebbe più?

Che ne dite?

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