Il punto di vista nella narrazione

images (2)Il post di oggi tratterà un argomento abbastanza ostico ma importantissimo se vogliamo crescere come scrittori: il punto di vista.

Come dicevo nel post predente, L’architettura della narrazione, il narratore può essere interno o esterno alla storia. Se si colloca dentro la storia e racconta i fatti in prima persona, come protagonista o come testimone, si dice interno; se invece è estraneo alla storia e racconta in terza persona si chiama esterno.

Il narratore può adottare diversi punti di vista in base al grado di estraneità o di partecipazione alla vicenda narrata.

Ecco come si possono classificare:

  1. Il punto di vista onnisciente (che sa tutto dei personaggi). Questo è il caso in cui il narratore conosce il passato e i pensieri dei personaggi; può persino commentare e giudicare la loro condotta e prevede come va a  finire la storia, cosicché, durante la narrazione, è in grado di fare delle anticipazioni. Gli esempi più famosi del narratore onnisciente li troviamo nei Promessi Sposi e ne Il giardino dei Finzi-Contini. Si chiama anche punto di vista a focalizzazione zero. Ne spiegherò il motivo in seguito.
  2. Il punto di vista interno a  focalizzazione interna. Sembra un gioco di parole, invece è un tipo di narrazione che prevede l’identificazione del narratore con uno dei personaggi di cui assume il punto di vista: il narratore vede, pensa e conosce le intenzioni di un personaggio. Ecco perché nel caso del narratore onnisciente, in cui il narratore conosce tutto di tutti, non c’è focalizzazione. L’esempio più noto di focalizzazione interna lo troviamo ne Il fu Mattia Pascal di Pirandello.
  3. Il punto di vista esterno o a focalizzazione esterna. In questo caso il narratore conosce meno di quanto sanno i personaggi della storia e si limita a registrare le loro azioni e i loro dialoghi, ma non può, per esempio, saperne i pensieri e le intenzioni, tanto meno le azioni del passato. Questa tecnica si dice anche oggettiva ed è molto usata dagli scrittori naturalisti e veristi: Zola, Verga, Capuana…e dagli autori del genere poliziesco, nei quali per creare suspence, le informazioni vengono fornite alla fine della vicenda.

Rispetto al punto due, riguardante la focalizzazione interna, si deve fare un’ulteriore precisazione. Essa può essere fissa o multipla. Quando è fissa, il punto di vista si mantiene costante per tutta la narrazione e non cambia mai. se è variabile, può cambiare nel corso della narrazione e prendere la connotazione dei diversi personaggi, come in Anna Karenina. L’unico consiglio in questo caso è quello di fare le variazioni del PdV al termine di un paragrafo o di un capitolo per non disorientare il lettore.

Forse vorreste sapere da me qual è il PdV più facile da usare, specialmente quando ancora non si ha un’esperienza consolidata nello scrivere. Io ritengo, dal mio punto di vista, quindi prendetelo con le molle, che bisogna distinguere quale tipo di narrazione si vuole fare. In un racconto breve, per esempio  l’uso del narratore interno in prima persona è molto di effetto. In un romanzo invece questa scelta è molto difficile da condurre in porto senza stancare il lettore. Le mie preferenze vanno al punto di vista interno con focalizzazione multipla, forse perché sono rimasta incantata dall’uso che ne ha fatto Tolstoj in A. karenina.

E voi cari lettori, che ne pensate? Quale PdV  preferite? Fatemi sapere!

 

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