“L’uomo con la valigia” racconto

Au-dessus de Vitebsk 1914

Marc Chagall “Au dessus de Vitebesk 1914”

Sara Valoti, lettrice di Scrivere la Vita, ha partecipato al laboratorio di Scrittura creativa con questo toccante racconto. Lo abbiamo editato e pubblicato. Buona lettura!

Aveva uno strano nome. Un nome buffo, Ciro, che rievocava Napoli e le commedie di Eduardo, ma anche episodi dell’Italia di piombo degli anni Settanta.

Era un ometto piccolo, pelato, dall’apparenza modesta e cordiale. Lo scorsi, per la prima volta, seminascosto dalla grande porta a vetri del Day Hospital Oncologico. Si affacciò alla sala delle chemioterapia e, con voce che rivelava severità e una lunga consuetudine al comando, chiese del responsabile di reparto: «Desidero informazioni precise sulla durata e le modalità dei cicli di terapia» annunciò, rimanendo sulla soglia come se oltrepassarla fosse lesivo della propria dignità. Aveva parlato senza rivolgersi a nessuno in particolare e l’infermiera che gli rispose, lo fece con freddezza, come urtata da quel comportamento.

«Il dottore al momento è in reparto, dica pure a me.»

L’uomo rivolse all’infermiera alcuni interrogativi su questioni indispensabili per i neofiti di quel reparto, sempre con accento duro, quasi ritenesse la giovane donna una sua sottoposta, e comunque con distacco, come se chiedesse informazioni per conto di qualcun altro, nemmeno un parente, né un amico,  forse un lontano conoscente che gli avesse affidato questa commissione dietro pagamento di una congrua somma.

E così pensai di lui all’inizio; forse non fui l’unica.

Il solo particolare che contraddicesse quest’impressione era la maniera convulsa con la quale si aggrappava alla sua valigetta.

L’avevo notata subito: era una ventiquattr’ore nera, che mi aveva ricordato le valigette portadocumenti di cui si servivano i dirigenti nell’azienda in cui lavoravo e dalla quale ero lontana ormai da mesi.

Vedergli ostentare quell’oggetto aveva provocato in me un’ondata di nostalgia verso i luoghi e le persone che avevo lasciato, e una forte irritazione per la sua sicumera.

“Qui siamo tutti uguali!”, avevo pensato, furiosa, pur senza osare esprimere apertamente il mio pensiero. Avevo infine compreso, da quel gesto quasi disperato, che quell’uomo era un malato come me.

Era d’agosto.  L’ospedale si svuotava per le ferie del personale, e anche i pazienti progettavano temporanee evasioni dalla loro condizione.

Il gelo artificiale creato dall’aria condizionata spinta al massimo a volte sembrava giungere fino al cuore.

Semisdraiate sulle poltrone della sala comune, le donne sfogliavano giornali di gossip che si trovano di solito da quei parrucchieri di cui esse ormai da tempo, rese calve dalle cure, non avevano più bisogno. E come in un salone di bellezza si comportavano, scambiandosi qualche battuta o raccontandosi storie di dolore con la confidenza che si ha con chi si incontra per brevi momenti e poi mai più.

Incontrai Ciro ancora qualche volta, quando ci capitava di incrociare gli orari ospedalieri, e la curiosità iniziale che avevo nutrito per la sua storia persisteva in me.

A un tratto, notai che aveva abbandonato la valigia e girava con una modesta cartelletta in cartone giallo: pensai che, a poco a poco, stesse rinunciando a quel ruolo di potere che fino ad allora aveva considerato fondamentale per la sua identità.

 

Non so perché mi avesse colpito tanto, ma giunsi a chiedere sue notizie, trascurando qualsiasi riservatezza o deontologia, alla psicologa che si occupava di noi, i pazienti oncologici, che io avevo umoristicamente soprannominato ”i tumorati di Dio”.

La dottoressa mi parlò di Ciro con ammirazione, quasi con affetto, ribattendo alle mie critiche pungenti, che derivavano da una superficiale osservazione, con un ritratto attento di lui, come di un uomo di grande fede nella vita, capace di affrontare il proprio destino con coraggio. Io non capii subito; probabilmente non desideravo capire.

Poi venne settembre, e me ne andai, con timore e speranza. In realtà lasciai la stanza dalle poltrone blu quasi fuggendo, desiderosa di lasciarmi alle spalle tutto quel buio.

Conservai dentro di me l’immagine di Ciro, di ciò che era manifesto in lui e di ciò che era nascosto.

Delle sue guance floride, del suo sguardo severo, dei suoi radi capelli.

Passarono i mesi e giunse Natale. In un giorno di neve, una fortuita coincidenza mi ricondusse in ospedale, al letto di un’amica che, in quel tempo di festa, aveva preso la morte fra le mani.

Così accade, fra le poltrone blu.

Si era salvata ancora e, circondata dalla famiglia, ringraziava Dio per quel nuovo intervallo di speranza.

Quando i familiari l’ebbero lasciata sola, trovò la forza di accantonare per un attimo la paura che ancora l’afferrava e mi raccontò dell’uomo con la valigia.

Era morto. Proprio nei giorni della festa e del dono, nei giorni di forzata felicità che sono i peggiori per il dolore.

Lo aveva letto sul giornale mentre, sola in una camera deserta, si aggrappava ad una nuova speranza.

Il suo mandato di esecuzione era stato stracciato; era arrivato puntuale, invece, quello dell’uomo con la valigia.

Quella sera piansi per lui impotenti lacrime di rabbia, rabbia contro la vita e contro il cielo che mai come allora mi parve distratto.

il tempo

Autrice del racconto: Sara Veloti. Impiegata con l’hobby di scrivere

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