Letture che ispirano

La mia estate 2017 sarà archiviata come quella in cui ho letto di più.  Da tempo sono vittima di un’anomala, invincibile pigrizia scrittoria per la quale ho buttato via due mesi tra dubbi e ripensamenti. Potrei assistere alla metamorfosi kafkiana con tanto di  zampe da cavalletta  al posto di mani e piedi,  a forza di saltare dalla revisione del primo manoscritto al nuovo (troppo ambizioso?!) progetto. Nonostante le acrobazie e gli sforzi, non ho ottenuto che  una paginetta accettabile ogni tre o quattro giorni.

Sono convinta che se qualcuno si facesse vivo potrei ripartire con uno spirito diverso, con una nuova carica. Ma le gratificazioni vanno conquistate, non rincorse.

Per non rinunciare del tutto al sciogno letterariomi sono  gettata a capofitto  in letture bulimiche e scellerate.  Ho macinato libri su libri, riuscendo passare dal Ritratto di Signora di James al best seller Tredici, del cui grado di scelleratezza vi parlerò  nel meme #cosahosmessodileggere.

Ma torniamo all’argomento del post di oggi. Tutto parte dalla mia personale visione della lettura. Si legge per molti scopi dignitosi, compreso quello di fuggire da una vita priva di legami e povera di progetti. Per me la  lettura, oltre ad ampliare l’orizzonte immaginativo, deve assolvere a un compito preciso: ispirare, rinforzare, affinare lo stile che sto cercando. Per farla breve, ogni lettura è una lezione pratica della macchina narrativa. E Lasciar andare di Roth, che in forza delle sue 750 pagine inaugurava le letture estive, ha assolto il suo compito.

Una lettura che ispira

Lasciar andare è il romanzo d’esordio (sic!) di colui che è definito il più grande scrittore americano vivente, scritto a soli 29 anni. Roth è stato uno scrittore prolifico: 24 romanzi, molti racconti e saggi, Premio Pulitzer nel 1998 con Ho sposato un comunista. Non è certo con questo post che si scopre uno del calibro di Philip Roth.

Il mio intento è condividere con voi la sensazione di come la lettura di Lasciar andare, al netto della potente frustrazione provocataabbia tracciato un solco profondo a livello di scrittura.

La trama è insignificante, basata sul delicato gioco delle relazioni umane che si intrecciano e si accavallano  fino al parossismo. Non si assiste a colpi di scena, né a cambi imprevisti e mozzafiato. Eppure una volta varcata la via che conduce ai piccoli universi rothiani, grigi e malinconici, è molto difficile tornare indietro.

Perché?

È il caso di chiedermelo visto che ho deciso di scrivere. Perché un libro come Lasciar andare, dove per 750 pagine non accade praticamente nulla di particolare, può generare la voglia di girare le pagine una dopo l’altra fino alla fine?

Non ho una risposta sola. Proverò a mettere in ordine qualche ipotesi che mi è venuta in mente.

Dentro queste pagine c’è vita vera che ribolle, guizza, sfugge imprevedibilmente ma al contempo in modo lineare come ci si aspetta dalla stessa vita. Facile a dirsi, scriverlo è tutt’altra cosa. La narrativa è finzione, è trasposizione, è interpretazione. Roth riesce a scrivere con una naturalezza tale che tutto su quei fogli smette di essere finto nel momento in cui i nostri occhi vi si posano.

La scelta degli ingredienti. Sembra che lo scrittore in realtà non abbia una storia da scrivere, niente di impellente per lo meno, ma che debba seguire un’indagine scrupolosa su temi che ha posto a fondamento della propria vita. Non a caso il romanzo in questione lo ha scritto a 29 anni, cioè alle soglie della vita adulta. La sua è un’ indagine su  morte, sesso, religione, amicizia, matrimonio, famiglia e sul proprio Io proiettato nella vita sociale.  È la ricerca che sembra dare input ai personaggi e alla storia, e non viceversa. Nel finale è racchiusa la risposta ai tanti dubbi emersi durante il racconto. Una risposta che non pretende di essere definitiva al punto da lasciarci nel guado di una perplessità molesta.

L’accuratezza dell’introspezione psicologica. Che il personaggio  nel quale di solito l’autore si identifica, sia minuziosamente declinato in contraddizioni quasi maniacali, ci sta. Tanta accuratezza potrebbe essere frutto  di  un’indagine psicoanalitica  a cui Roth è ricorso per scandagliare la propria personalità.

Ciò che stupisce se mai è l’accuratezza introspettiva, spinta ai massimi livelli, su ogni personaggio che abbia la malcapitata idea di finire tra quelle pagine. Al che ci si chiede: ma come diavolo fa?

Roth è un accumulatore compulsivo di personaggi. Anche in Lasciar andare non fa eccezione, tanto la trama è scevra di avvenimenti, quanto è affollata di figure complesse, problematiche, sospinte alla sazietà  da densi dialoghi. Da qui a dedurre che non basti la fatidica pagina di appunti con vita, morte e miracoli dei personaggi di una storia, il passo è breve. Forse, per tentare di fare altrettanto,  dovrei riuscire a leggere nel pensiero del panettiere sotto casa, di carpire il non detto del collega di lavoro, di andare al di  là della proiezione sociale del vicino… insomma di acquisire una sensibilità emotiva e psicologica fuori dal comune. 

Ironia

Disincanto ora leggero, ora aggressivo, talvolta perfino feroce;  distacco disilluso quando non sarcastico: la vena ironica di Roth in Lasciar andare è ancora fresca, non intaccata dall’amarezza del pessimismo. Talmente acerba che regala una divertente lettura delle cose assurde, storte, vane. Ci si ritrova a ridere nel bel mezzo di un dramma facendoti dubitare se l’essere così ironico sia indice di intelligenza,  di puro narcisismo, o, abbondando, di intelligenza narcisista. Una cosa è chiara: niente come l’ironia rende liberi di esprimersi. Dovrei impararlo.

Bisturi.  Cioè quello  che Roth usa al posto della penna. Le parole, come una lama affilatissima, sono quelle esatte; la prosa, fluida e corrosiva, smette di essere retorica e diventa strategia per rappresentare i meccanismi della coscienza. E qui sta il paradosso, perché quella vita di cui pullula l’intero libro non è realismo squallido, ma una plausibile interpretazione psicologica della realtà, la più convincente che si possa ottenere con le parole.

Conclusioni

Su la Lettura del Corriere della Sera, Roth fa un’affermazione che stupisce e consola.

Tutti hanno un mestiere difficile, qualunque vero lavoro è difficile. Nel caso del mio lavoro, è anche impossibile, o almeno così l’ho trovato io. Mattina dopo mattina per cinquant’anni ho affrontato la pagina a venire senza difese e impreparato. L’ostinazione, non il talento, ha salvato la mia vita.

Da uno che scrive  con la stessa naturalezza con cui respira, non si attende una simile confessione. Il tormento di sentirsi inerme e impreparato di fronte alla pagina lo fa apparire finalmente umano.

E voi, perché leggete? Siete d’accordo che la lettura può aiutare a trovare il proprio stile? Che ne pensate dell’ultima affermazione di  Roth? 

 

 

 

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Amante della scrittura, ha una sogno nel cassetto: pubblicare

8 risposte a Letture che ispirano

  1. Avatar for rosalia pucci Elena scrive:

    Cara Rosalia,
    bentornata dalla tua pausa estiva. Io confesso di non aver mai letto Roth, ma con questa recensione mi toccherà :))). Io credo che nella sua dichiarazione finale ci racconta il vero motore che lo ha tenuto acceso e vivo nella scrittura per tanti anni: la pervicacia, la testardaggine o come la chiama lui, l’ostinazione.
    Un po’ quella che hai messo in campo tu in questi mesi: nonostante tu non fossi soddisfatta del tuo lavoro (specie della quantità, mi pare di capire) hai continuato a produrre anche solo quella “paginetta”. Che non è poco, specie se affilata come una lama…

  2. Avatar for rosalia pucci rosalia pucci scrive:

    Ciao cara Elena, è sempre un piacere ritrovarti.Non c’è dubbio che l’ostinazione sia un motore importante per tenere in vita il sogno di scrivere. Non so se la paginetta sia di buona qualità, diciamo che per adesso mi accontento:;)

  3. Avatar for rosalia pucci Patalice scrive:

    conosco molto bene Roth, anche se questo romanzo non l’ho mai letto…
    che questa sia stata un’estate che ti ha visto particolarmente impegnata con la lettura non è altro che una cosa meravigliosa direi

    • Avatar for rosalia pucci rosalia pucci scrive:

      Ciao Patalice, benvenuta! Questo è il suo primo romanzo, ho voluto iniziare dagli esordi per addentrarmi nel mondo di Roth.
      Concordi su alcune cose che ho espresso? Quali sono gli elementi secondo te che rendono grande Roth? Grazie in anticipo per il contributo

  4. Avatar for rosalia pucci Ariano Geta scrive:

    Io leggo per ampliare la mia cognizione dell’esistenza, perché certe letture espandono la vita stessa del lettore. Non ho mai letto con lo scopo di trovare uno stile di scrittura, almeno a livello conscio. Sul piano inconscio però forse, sì, magari ho anche cercato di apprendere come scrivere meglio.
    Le parole di Roth credo che siano solo una professione di modestia, non ce lo vedo “impreparato” di fronte al foglio bianco.

    • Avatar for rosalia pucci rosalia pucci scrive:

      Validissimo motivo, molto profondo il tuo. io sono più` prosaica. Non so se quella di Roth sia modestia o una percezione reale. Anche a me pare improbabile che si senta impreparato, visto la scorrevolezza del suo scrivere

  5. Per me il passaggio di competenze e abilità dalla lettura alla scrittura, se esiste, è completamente inconsapevole. Sono convinta che leggere mi aiuti, anzi, immagino che non avrei nemmeno pensato di scrivere, se non avessi letto tanto; ma non mi sembra che mi resti attaccato niente di utile dalle mie letture. Anche se tento un’analisi del testo, tutto si ferma a livello razionale. Quando scrivo, ci sono solo io, o almeno così mi sembra. E se invece fossi anche un amalgama di tutti gli autori che ho letto? Speriamo… 😉

    • Avatar for rosalia pucci rosalia pucci scrive:

      Anch’io non sono sempre consapevole di ciò che mi rimane “appiccicato”, di sicuro la lettura mi è stata di grande aiuto fino a oggi. La mia scrittura si è evoluta, mi sembra più libera, meno ampollosa forse anche osservando lo stile di alcuni scrittori che reputo in linea con il mio gusto personale ^_^

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