L’eclissi dell’autore

Durante la revisione del primo manoscritto, riguardo alla scelta del narratore, ho avuto dei ripensamenti che mi hanno costretto a riscrivere la storia praticamente daccapo.

È stato allora che mi sono imbattuta nella cosiddetta eclissi dell’autore, basata sulle tecniche dell’impersonalità, della regressione e del discorso indiretto libero. Procediamo con ordine partendo da alcuni fondamentali (niente paura, è solo un ripasso stile bignami!).

Chi è il narratore?

Il narratore non è l’autore dell’opera, cioè colui che in carne e ossa scrive il libro.  Frutto dell’immaginazione dello scrittore, è la guida che accompagna il lettore nella storia, ragion per cui, se racconta in modo inattendibile, è con lui che ve la dovete prendere. Solamente nel  romanzo autobiografico autore e narratore coincidono. 

Al contrario, quando la narrazione procede in terza persona, il narratore è colui che tiene in mano una telecamera, il cui obiettivo segue la scena che si trasforma, man mano, nel flusso di parole di una storia.

Alla voce narrante, come si definisce in capo cinematografico, l’autore affida le sorti del racconto. Quando il narratore è al corrente  della storia nel suo evolversi e conosce la psicologia e i pensieri dei personaggi, si chiama onnisciente.  Può essere esterno alla storia partecipandovi emotivamente, e in questo caso la narrazione sarà di tipo soggettivo, oppure limitandosi a raccontarla in modo distaccato al pari di un cronista. Si avrà allora il narratore esterno oggettivo.

Se è interno, invece, può coincidere con lo sguardo di un unico personaggio mediante la focalizzazione fissa, o di più personaggi, secondo la tecnica della focalizzazione multipla. Quando c’è ma non si vede, si parla di narratore implicito: egli si esprime ora in un modo, ora nell’altro, giudica e commenta con le parole dei personaggi.

Se vi interessa,  ecco un precedente approfondimento  .

Quando l’autore si eclissa

Se lo scrittore pone la massima distanza tra sé e l’opera, e la voce narrante diventa polifonica, si parla di tecnica dell’impersonalità. L’autore  si eclissa lasciando al lettore il compito di scoprire la storia attraverso lo sguardo e le parole dei personaggi . Talvolta, in questa particolare tecnica, si assiste a una regressione culturale ed espressiva dello scrittore che, mimetizzato tra i connotati psicologici di questo o quel personaggio, si nasconde in un bambino oppure in un vecchio, in  una massaia o uno psicopatico. La tecnica dell’impersonalità spesso si avvale anche del discorso indiretto libero, con il quale il lettore è reso partecipe delle impressioni e dei sentimenti dei personaggi senza alcun filtro, come troviamo negli autori del novecento.

Ma qual è lo scopo della tecnica dell’impersonalità? Il Verga, che la sperimentò in Italia, scrisse in una lettera:

«… il racconto è un documento umano… Io te lo ripeterò così come l’ho raccolto per i viottoli dei campi, press’a poco con le medesime parole semplici e pittoresche della narrazione popolare… senza stare a cercarlo fra le linee del libro, attraverso la lente dello scrittore… La mano dell’artista rimarrà assolutamente invisibile e l’opera d’arte sembrerà essersi fatta da sé.» 

L’impersonalità mette il lettore faccia a faccia con la storia nuda e cruda come se i fatti si rivelino senza che che alcuno vi abbia messo mano. Per ampliare l’effetto della verità, l’autore, dimenticando la propria cultura e le proprie abilità espressive, usa  il registro dei personaggi, dei quali  adotta persino la sottocultura. Un esempio lo troviamo in Rosso Malpelo:

Malpelo si chiamava così perché aveva i capelli rossi; ed aveva i capelli rossi perché era un ragazzo malizioso e cattivo, che prometteva di riuscire un fior di birbone. Sicché tutti alla cava della rena rossa lo chiamavano Malpelo; e persino sua madre col sentirgli dir sempre a quel modo aveva quasi dimenticato il suo nome di battesimo. Egli era davvero un brutto ceffo, torvo, ringhioso e selvatico…

La voce narrante qui è la folla dei paesani che stigmatizza e isola il protagonista, a causa del pregiudizio legato al colore dei capelli. Si intuisce che l’autore, uomo di cultura, non potrebbe mai aderire a una visione tanto meschina,  e che, anzi, ne prende le distanze utilizzando il registro del volgo.

Il punto di vista è interno al mondo dei personaggi, la voce narrante ha scarsa autonomia e un’autorità limitata a quella di uno dei tanti che ruotano intorno a Rosso Malpelo. Esattamente agli antipodi dal narratore onnisciente del Manzoni.

Il lettore entra nella storia da un punto di vista inusuale, talvolta inattendibile. Diventerà presto sospettoso, si chiederà dove voglia arrivare l’autore e se per caso non intenda provocarlo.

Da autore,  credo sia una tecnica per niente semplice da utilizzare. Le difficoltà maggiori nascono dall’utilizzo di un registro completamente diverso dal proprio e dall’eventualità, come nel caso di Rosso Malpelo, di veicolare disvalori.

Potremmo cadere nell’equivoco per cui basti usare il parlato riempiendolo dello slang dei sobborghi per ottenere lo stesso effetto. Non credo si tratti di questo, quanto di essere capaci di creare costellazioni di modi di dire, di proverbi, persino di imprecazioni; di calibrare il linguaggio secondo l’estrazione sociale e culturale dei personaggi.

Discorso indiretto libero

Si ostinava a dire che il viaggio le avrebbe fatto certo più male. Oh, buon Dio, se non sapeva più neppure come fossero fatte le strade! […] Per carità, la lasciassero in pace!

 E se ne stizzì tanto, che improvvisamente si interruppe per ordinare che, perdio, quel figliuolo se ne poteva andare a piangere di là. Aria! Aria! un po’ d’aria attorno al letto.

Gli esempi  tratti da Pirandello sono due diversi modi di usare il DIL. Con il primo si esprime i pensieri del personaggio femminile senza alcuna introduzione, liberandolo cioè da ogni regola grammaticale; nel secondo, invece, si mantiene l’uso tradizionale della congiunzione “che” a introdurre la subordinata. Questo a conferma che le tecniche, lungi da essere delle gabbie, sono poliedriche e devono piegarsi alla penna e al gusto dell’autore.

In un passo di Fogazzaro troviamo un altro uso del DIL:

Adesso cominciava a vederci chiaro. Non poteva servirsi di quel testamento disonorante per la nonna […]. Conveniva dire al professore di bruciar tutto. Così signora nonna, trionferò di te: facendoti grazia della roba e dell’onore senza curarmi di dirtelo! 

Qui si assiste alla fusione della voce narrante nel personaggio e viceversa, e un conseguente avvicinamento al codice orale. Somiglia molto al flusso di coscienza, la differenza sta nel repentino cambio: la narrazione si arresta e fa posto alla voce nuda e cruda del personaggio. La realtà- notare l’uso del presente e del futuro-  irrompe nella narrativa e la travolge. Bellissimo! Ma, poiché non sono né Fogazzaro, né Pirandello, dubito che un editor mi permetterebbe mai queste leziosità stilistiche. Della serie: se Totti tira il rigore usando il “cucchiaio”, tutti i piedi ad applaudirlo, se lo fa un gregario del calcio, sono polemiche a non finire. 

Scrittura lab

Come ho sostenuto più volte, ogni tecnica necessita di sperimentazione e di pratica. Vi propongo un esercizio per le vacanze tratto da Esercizi di scrittura creativa di J. Novakovich, lo stesso che farò anch’io.

 

 

Un dottore molesta una sua paziente. La donna gli taglia l’orecchio con un bisturi. Un’infermiera osserva la scena, ma non accorre in soccorso del medico.

Descrivete tre volte questa stessa vicenda dal punto di vista di ciascuno dei personaggi presenti, impiegando la terza persona soggettiva. Fate in modo che le tre versioni non coincidano. Utilizzate, nel caso del dottore, il DIL. Buona scrittura!

Chissà che da questo esercizio non nasca un futuro romanzo!

E per finire, a voi la parola: conoscete degli autori che applicano la tecnica dell’impersonalità? L’avete mai sperimentata? Avete mai provato il discorso indiretto libero? 

 

 

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Amante della scrittura, ha una sogno nel cassetto: pubblicare

6 risposte a L’eclissi dell’autore

  1. Avatar for rosalia pucci
    G
    Grazia Gironella scrive:

    Uso il discorso indiretto libero, a volte, mentre l’impersonalità – almeno per il momento – cozza con il mio modo di intendere la scrittura. Non mi interessa tanto presentare la realtà così com’è, quanto filtrarla con la mia sensibilità per emozionare il lettore, e attraverso l’emozione mostrargli qualche porta fino a quel momento trascurata. Questa è una speranza, naturalmente, perché non è detto che ci riesca! 😉

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      r
      rosalia pucci scrive:

      Anch’io penso che l’impersonalità non rappresenti appieno il mio modo di intendere la narrativa. Ma mai dire mai, potrei sperimentarla in futuro. Per il DIL, ho avuto un riscontro negativo dall’editor che ha curato il primo manoscritto e mi ha convinto a toglierlo. Da allora non mi sogno più di utilizzarlo. Grazie per il tuo prezioso contributo;)

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    A
    Ariano Geta scrive:

    Il discorso indiretto libero è una delle caratteristiche narrative che mi fanno adorare Pirandello, di gran lunga il mio autore preferito.
    Non penso però che sia la tecnica in se a dare risultati ma semmai lo straordinario talento dello scrittore siciliano a raccontare.
    Però mi piace come metodo, infatti ne faccio uso nei miei scritti, quantunque consapevole che sono lontano anni luce dal mio nume ispiratore.

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      r
      rosalia pucci scrive:

      Concordo con te, Ariano, non è la tecnica a fare Pirandello! Il metodo del discorso indiretto libero è bellissimo, molto simile al flusso di coscienza che adoro. Siamo tutti lontani dai nostri modelli, ma cerchiamo di guardare a loro come guide. Ho letto da qualche parte che uno scrittore che si vuole affrancare dai grandi, è come un figlio adolescente che cerca la sua autonomia dai genitori, salvo accorgersi che senza di loro non fa molta strada. Grazie per il tuo prezioso contributo:)

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    M
    Marina scrive:

    Ora ti dico la verità che non mi fa onore visto che parlo di scrittura anch’io: non ci ho mai capito nulla, scrivo d’istinto a seconda del tono e della intensità che voglio conferire alla storia. Adesso, però, sto attenta alla coerenza del pdv, trovando spesso più comodo, anche se non sempre più efficace, la narrazione in prima persona.

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      r
      rosalia pucci scrive:

      Ciao Marina, l’uso del narratore e del pdv è complesso, più semplice in teoria che in pratica. Per questo nel primo manoscritto ho fatto un sacco di errori che mi hanno costretta a riscrivere. Dobbiamo provare e riprovare;). Sicuramente la prima persona è più semplice ma è comunque limitata. L’ho usata per il secondo lavoro. Mi aiutata molto anche per l’immedesimazione psicologica.

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