La tecnica delle 6 W

testata-gallerie_0Hai una storia  che preme da tempo per essere scritta ? Le tue mani fervono sulla tastiera e non sai come fermarle?

Prenditi del tempo e pianifica la trama con  la tecnica delle 6 W.

Conosciamo tutti le 5 w del galateo giornalistico : who (chi),  what (cosa), where (dove), when (quando), why (perché). Sappiamo che rappresentano le domande chiave per scrivere un testo chiaro e ben calibrato.  Ma non bastano. In un contesto narrativo, è bene aggiungerne una: way (come).

Ecco una guida che potrà tornare utile per pianificare la nostra storia!

Chi?

Nel giornalismo il soggetto  è una persona reale, vittima o persecutore, famoso o anonimo. In narrativa è il personaggio , sia esso protagonista o comparsa. Può essere il Superuomo o l’uomo senza qualità, persino lo stesso scrittore.

I personaggi sono intorno a noi, si aggirano ovunque, basta tenere le orecchie ben aperte e non smettere mai di essere curiosi.  Per scovare il personaggio giusto, lo scrittore deve avere l’atteggiamento dell’investigatore e ricercare indizi ovunque: sull’autobus,  al semaforo, dal dentista, al supermercato.  Il famoso taccuino, a questo proposito, gioca un ruolo fondamentale:  è utile per fissare tic, modi di fare, volti, espressioni. Anche se è vero che ciò che conta è lo stile, non bastano le parole a sorreggere l’impalcatura di una storia. Come diceva M. Forster, un romanzo deve essere “fradicio d’umanità.”

I personaggi vanno studiati, conosciuti a fondo e mai tiranneggiati.  Essi non devono fare quello che vuole lo scrittore, ma ciò che farebbero se fossero indipendenti. Devono conservare in sé un esprit de contradiction che li restituisca  ribelli.  Se lo scrittore tende a manipolare i personaggi, anche senza volerlo, è perché non li conosce abbastanza.

Antonio Tabucchi nel romanzo Sostiene Pereira, ha sostenuto che prima di scrivere la storia, ha vissuto con Pereira, ne ha ascoltato le sue confidenze, fino a quando ha compreso che il suo personaggio poteva parlare attraverso di lui.

Cosa?

La sostanza, i fatti, la storia… semplicemente il plot. Il cosa serve a non farci andare alla deriva dell’inchiostro e a consentirci all’occorrenza di ritrovare la strada.

In fase di partenza c’è un’idea, il quid che fa battere il cuore e rende impazienti le dita. Nel cinema si chiama soggetto o sceneggiatura. Se l’idea è forte, va coltivata e approfondita con studio e ricerche. A questo proposito può essere molto istruttiva la lettura di Centuria di Giorgio Manganelli: contiene 100 romanzi fiume, lunghi poco più di una pagina. Simili a soggetti cinematografici sono elaborati con uno stile da permettere di leggere ” tra le righe, sotto le righe, tra le due facce di un foglio…”. Ognuno di questi soggetti potrebbero fornirci una  possibile idea.

Quando scriviamo un romanzo dobbiamo avere un piano, un intreccio che ci permetterà come disse Gardner di ritrovare la rotta, qualora la perdessimo.

Dove?

Si dice che ogni scrittore abbia un luogo ideale per il suo romanzo. Quella strana commistione di profumi, immagini e sapori che fanno capo a una geografia letteraria: il New Jersey di Philip Roth, la Sicilia di Sciascia, Macondo di Garcìa Màrquez.

Il luogo è lo spazio dove le vicende scaturiscono e si sviluppano. Molti scrittori iniziano da un luogo per progettare la storia, non si limitano a descriverlo, ma lo raccontano.  Una realtà geografica può nascere anche dall’immaginazione, come i luoghi di Garcìa Marquez; oppure può essere una realtà alternativa , un mondo altro nel quale si raccontano altre storie.

Quando?

La fabula è la narrazione di eventi in ordine cronologico che provoca nel lettore il desiderio di andare avanti per scoprire come andrà. Ciò che rende davvero interessante la storia, però, è l’intreccio, sul quale è necessario porre tutta la cura possibile.

L’intreccio è la manipolazione della fabula, con la quale si analizzano le psicologie dei personaggi, si variano le scene in modo altro rispetto all’ordine cronologico. Se lo scrittore ha chiara la fabula, potrà dedicarsi meglio all’intreccio, a quel mondo narrativo che è capace di creare la suspence, attimi di sospensione della fabula che rendono godibile l’intero romanzo.

Il quando, poi, rappresenta l’epoca in cui si muovono i nostri personaggi,  se il passato, il presente, e perché no, persino il futuro. Purché sia plausibile, l’ambientazione futuristica lascia ampi spazi all’immaginazione.  Se scegliamo invece un’ambientazione storica, il rischio di superficialità è dietro l’angolo. Il lavoro preliminare dello scrittore sarà quello di  una ricerca a 360 gradi: linguaggio, modi di pensare, gusti, eventi, scoperte scientifiche, tecnologia, credenze religiose, usanze, etc.

Perché?

Amy Hempel parlava delle ragioni “dello scrivere”. Esse possono essere significative ma anche banali. I perché della dedizione alla narrativa possono essere miseri, biechi, elevati, o colmi di umanità. O perfino un misto di tutto ciò.

Secondo Tabucchi si scrive per noi, per gli altri, per i nostri morti, ma anche per i posteri, per coltivare l’illusione che ci potranno ascoltare. La letteratura così diventa una resistenza alla morte e insieme un ritornare bambini, quando, giocando, si immaginava un’altra vita.

Per Paco Ignacio Taibo, la ragione della scrittura sta nel desiderio di incontrare dei lettori che abbiano la nostra stessa sensibilità. Una fortuna che molti scrittori, purtroppo, non avranno mai.

Il perché del nostro impegno deve essere ben chiaro, lo dovremmo mettere a fuoco. Sarà un po’ la nostra stella polare. Quando arriveranno i momenti di stanchezza, inevitabili, dovremmo riscoprire le ragioni che ci hanno condotto fin qui. E ricominciare.

Come?

Il punto cruciale è: quale stile adottare?

Lo stile è quel linguaggio personale capace di differenziare la nostra storia dalle altre, ma anche il bagaglio di strumenti, di trucchi, di tecniche per cominciare, proseguire e finire una stesura. In breve: il mestiere di scrivere.

Come ogni mestiere che si rispetti ha bisogno di studio, esperienza, applicazione, insuccessi e fallimenti.  Il problema più arduo, quello che affligge tutti gli scrittori alle prime armi, è dare fluidità al processo che va  dal pensiero alla carta. Ci si rende conto fin da subito che è molto più complesso del processo inverso.

Occorre un continuo rimaneggiamento perché il sogno narrativo concepito prenda la forma in grado di evocare le stesse emozioni che ha suscitato in noi al momento del processo creativo.

La naturalezza a cui molti  arrivano nella scrittura, non va mai scambiata per semplicità. Dietro ci sono revisioni estenuanti, tagli, censure. Il prodotto di tutto quel lavoro forse sarà costituito da una parola sola, capace, però, di incidere nell’immaginario più di mille.

I ferri del mestiere da conservare nella valigia dello scrittore  sono molteplici:

la massima attenzione all’ortografia, alla  grammatica e alla sintassi. Imprudenze legate alla forma pesano come macigni e impediscono la fluidità della storia;

il lessico, variegato ma mai compiaciuto. Le parole hanno la funzione di comunicare, non sono un esercizio di estetica.  Più il messaggio è chiaro, più la stesura ha valore;

evitare lirismo di maniera, enfasi, retorica, sovrabbondanza, confusione, frasi fatte; prediligere parsimonia di aggettivi e di avverbi, semplicità, misura, equilibrio, moderazione, scorrevolezza;

buttare via molto, tenere poco, ripartire, rifermarsi, curare le ferite dei fallimenti, arrivare vivi  e sani di mente fino alla parola fine.

Mi fermo qui!  Il post ha raggiunto la forma elefantiaca che farà inorridire i più. Forse avrei dovuto tagliare molto e conservare poco. Purtroppo, come accade spesso, il vizio di scrivere mi ha preso la mano. Perdonatemi!

 

 

 

 

 

 

 

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Amante della scrittura, ha una sogno nel cassetto: pubblicare

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