La figlia perfetta- Recensione

Cominciamo dalla copertina. Guanda non ne sbaglia una: disegno essenziale dai colori vivaci, in primo piano due bambine, occhi a mandorla e capelli nerissimi, che si tengono per mano. Ai lati due mani adulte che le accompagnano. Un’immagine che comunica  più di mille parole, irresistibile.

La nota dolente se mai è il titolo italiano: banale e fuorviante. L’aggettivo “perfetta” sembra forzato in un libro il cui scopo non è indagare il rapporto genitori-figli. In realtà il titolo originario è Digging to America. Tradurlo non  rende , tanto che l’editor si è  avventurato in una scelta che, secondo me, non rappresenta le intenzioni dell’autrice. Forse si è voluto intraprendere una strada già sperimentata.

La storia è semplice, fin troppo. Due famiglie, i Donaldson, americani, gli Yazdan, iraniani, si incontrano all’aeroporto di Baltimora per accogliere due bambine provenienti dalla Corea: le loro figlie adottive. Da quell’evento nasce una lunga frequentazione: ogni anno le due famiglie al completo onorano il giorno dell’arrivo con una grande festa. E ogni anno il lettore ritrova le bambine più grandi e più lontane tra loro, segue il confronto tra i metodi educativi delle due madri, tra gli ideali dei  padri e le tradizioni dei   nonni. Un confronto presentato con ironia e sagacia.

Il romanzo mette a fuoco l’incontro-scontro tra culture distanti che si trovano a convivere sotto la bandiera a stelle e strisce, e nel farlo svela le crepe dello spirito di accoglienza della società americana. Arriva a ipotizzare che l’appartenenza al paese che li ha accolti spesso è una proiezione di coloro che sono accolti, più che un’autentica conquista.  Un gioco delle parti talvolta amaro, spesso comico che si svolge tra feste improbabili come quella “del ciuccio” o “della raccolta delle foglie”. Persino nelle conversazioni  più innocue dei personaggi, i nostri e vostri si stagliano come macigni a tracciare confini  e  a disegnare muri invalicabili. A un certo punto Sami, il padre di origine iraniana, si sfoga con i suoi familiari:

“A  proposito di feste – proseguì Sami – non sembra anche a voi così tipicamente americano il fatto che per i Donaldson il giorno in cui la loro figlia è arrivata in questo paese, sia più importante del giorno in cui è nata? Per il suo compleanno le fanno qualche regalino, mentre per il giorno in cui è arrivata in America c’è la Festa dell’Arrivo, una cosa in grande stile con tanto di famiglie allargate, canzoni e presentazioni cinematografiche. Attenzione! Sei arrivata nella Terra Promessa! L’apice di ogni gloria!”

Ma al di là dei proclami, è solo attraverso lo sguardo di Maryam, sua madre, che si scopre il costo dell’integrazione di Sami: la rinuncia.

Suo figlio Sami si era adattato. Suo figlio non aveva nemmeno un’ombra di accento straniero; si rifiutava di parlare in farsi da quando aveva quattro anni, anche se lo capiva.

Una rinuncia che Maryam non comprende e con fierezza non accetta.

Portava i pantaloni sì, ma pantaloni stretti, di sartoria, con una maglia coordinata a un gioiello e un bel paio di scarpe. Si tingeva i capelli per nascondere quelli grigi, anche se non voleva che si sapesse, e fissava il suo chignon con pettinini di tartaruga o nastri colorati. Era importante avere un bell’aspetto. Ne era convinta. Che portassero pure le loro tute di felpa, gli Americani! Lei non era americana. Era un’ospite, ancora e sempre un’ospite.

Cosa colpisce de La figlia perfetta?

In primo luogo che una storia così semplice, con una trama quasi inesistente, mi abbia tenuta al pezzo per ben trecento pagine. Credo che il merito, visto l’assenza di suspense,  si debba allo stile pacato dell’autrice, allo sguardo accurato che si sofferma sui particolari, al gusto per la riflessione che si dispiega in gesti, in movimenti e in scelte, e rifugge dai proclami o dai toni didascalici. E poi la grazia della penna che lavora lentamente a togliere, a scalfire, rinunciando per scelta a non affondare mai. Un gioco di equilibri che fanno di Anne Tyler una voce esemplare nel panorama letterario americano, tanto da essere considerata dai critici Usa,  la scrittrice migliore.

La figlia perfetta non è una lettura, piuttosto un’esperienza a cui il lettore è invitato a partecipare in compagnia di personaggi che sembrano reali, i cui discorsi e pensieri riempiono tempo e spazio, prendono vita e si nutrono di vita.  Una bella lettura che consiglio.

Conoscete Anne Tyler? Avete letto La figlia perfetta o qualche altra sua opera? 

 

 

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14 commenti su “La figlia perfetta- Recensione

  1. Mai letto nulla di suo.
    Leggendo invece la tua recensione, pare uno sguardo sincero di quello che è l’America con tutte le sue sfaccettature, con il vasto territorio e l’intreccio di popolazioni multirazziali, ancora ben lungi dall’essere integrate. Se ti ha tenuta incollata per trecento pagine pur non essendo ricca di suspence credo che sia indice di un buon libro.

    1. Quello che colpisce, cara Nadia, è che una volta iniziato il romanzo, sei spinto ad andare avanti, per capire di più dei personaggi, conoscerli meglio, per mettere a fuoco le dinamiche. Una lettura che può essere illuminante per chi scrive;)

  2. Non conosco l’autrice, Rosalia. Mi hai incuriosito però.
    Sembra un romanzo in cui civiltà diverse si incrociano e si scontrano anche se non a sangue. Mondi paralleli che a volte si sfiorano altre si abbracciano.
    Metto in lista 🙂
    Ciaoooo

    1. Penso che di questi tempi, gettare uno sguardo sull’America, da sempre crocevia di etnie e popoli, anche solo per comprenderne i malesseri più profondi, ci aiuti a riflettere. La scrittrice USA si rivela molto spietata con la società in cui è cresciuta e vive, mantenendo comunque una delicatezza che incanta. Leggilo e fammi sapere. Un abbraccio;)

  3. Dopo aver visto il film “Turista per caso” tratto dal romanzo di Anne Tyler “il turista involontario” ho vissuto un lungo periodo Anne Tyler, leggevo qualsiasi cosa pubblicasse e ne ero perdutamente innamorata, poi, come talvolta accade per gli scrittori molto prolifici, mi ha un po’ stancata, sebbene ricordi con affetto alcuni suoi romanzi. Ora, veniamo a questo, mi pare di averlo letto, con una copertina diversa, forse un’edizione precedente, stasera controllo. Comunque, rimane un’autrice molto molto valida, vicina all’animo femminile, alle tematiche legate alla quotidianità che appartiene a tutte noi e rende la sua scrittura universale.

    1. Sì Sandra, concordo. Un’autrice che sento molto vicina e che seguo sempre con interesse. Ha una capacità analitica e sintetica notevoli. L’altra edizione è quella di Tea, con una copertina meno riuscita secondo me;)

  4. Non conosco la Tyler e leggendo la tua bella recensione concordo con te su tutto: il titolo innanzitutto, probabilmente fuorviante. Però molto evocativo. E’ stato capace in un attimo di farmi tornare in mente tutta la frustrazione per non essere mai stata all’altezza delle aspettative di mia madre. Ma poi, scoprendo la trama, ho capito che parla di altro.
    Mi piace molto il nodo che fa cominciare il racconto, lo trovo molto azzeccato. E la copertina, sai bene quanto mi piacciano e io sia attenta. mi colpisce. Probabilmente su una bancarella lo acquisterei subito. Magari per poi restare delusa dal contenuto che in effetti non c’entra molto con quello che si vede dalla copertina…

  5. Il titolo anche a me ha fatto pensare a tutt’altro e mi ha incuriosito. Il contenuto è godibilissimo al di là della poca coerenza con il titolo, rivela molto della società americana. L’autrice fa un’analisi spietata ma con un tocco leggiadro, che trattandosi di narrativa, trovo azzeccato. Un abbraccio;)

  6. Non ho letto nulla di Anne Tyler però ho visto il film tratto dal suo libro Turista per caso, ne ho un ricordo vago però ricordo che mi era piaciuto molto. La figlia perfetta (sì il titolo in italiano non rende molto) mi sembra un bel libro, uno specchio dell’America e delle sue contraddizioni che purtroppo sono tante, ne parlo per quel poco che ho visto e per quello che mi hanno riportato amici che vi hanno vissuto.

    1. Un bel film, devo però leggere ancora il libro da cui è tratto. A me La figlia perfetta ha sorpreso per l’esilità della trama unita alla potenza del messaggio che si palesa riga dopo riga. Qui si fa riferimento al periodo di Obama, comunque felice rispetto all’attuale situazione politica. Eppure, nonostante la facciata democratica, la società americana è ottusa e conservatrice. Grazie per il tuo parere, Giulia;)

  7. Devo dire invece che da copertina e titolo mi ero fatta questa idea: due gemelle (si tengono per mano) orientali (gli occhi a mandorla) date in adozione, ma rimanendo legate innescano il classico meccanismo di confronto tra genitori, per cui la propria figlia/o è sempre perfetta/o, migliore degli altri. Quindi non c’ero andata distante.
    Qui il tema del confronto (che già c’è normalmente, anche solo come differenza di ceto sociale/lavorativo) viene inasprito dal tema dell’immigrazione (americani “puri” contro americani di seconda generazione). E no, l’America non è così integrata come speravo ai tempi di Barack Obama. La guardo oggi e vedo che nulla è cambiato dalla guerra di secessione americana…

    1. Forse hai immaginato troppo e meglio, ma non ci sei andata lontano:D Credo che l’intento di Anne Tyler non è quello di consegnare una storia, quanto di offrire al mondo uno squarcio sull’America profonda, fatta di feste, momenti di aggregazione e americanate varie ma anche di tanti pregiudizi e di integrazione di facciata. A me ha fatto riflettere molto;)

  8. Apprezzo molto Anne Tyler, di cui in passato ho letto Turisti per caso, Lezioni di respiro, Quasi un santo e Le storie degli altri. Mi piace molto il suo modo di raccontare, profondo eppure leggero, e tanto americano. 🙂

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