“Il palazzo di ghiaccio” racconto fantastico

images (50)Il Natale era vicino e Babbo Natale bardò la vecchia slitta con pelli di renna e di montone.

Brigitta, la moglie, gli aggiustò il bavero di pelliccia e lo benedisse, sperando che al vecchio sposo non gli capitasse qualche guaio.

Era stanco e pieno di acciacchi, ma di andare in pensione neanche a parlarne.

 

«Ci sono milioni di bambini da accontentare!»
Il freddo si fece doloroso come una lama d’acciaio; il vecchio saggio chiuse il mantellone rosso, calò il berretto a proteggere la fronte, e partì. Allo schiocco delle funi, le sue renne iniziarono il decollo e presto si ritrovò a parecchi metri dalla Terra.
Il viaggio durò un paio di giorni, finché non atterrò a Iceland, l’isola di ghiaccio, accessibile a pochi. Ogni particolare dell’ambiente esterno di quel luogo era cristallizzato: gli alberi, i fiori, le farfalle e qualsiasi altro essere vivente.
Santa Claus scese dalla slitta e si arrampicò su per una scala a chiocciola trasparente collegata con decine di stalagmiti alle pareti di un palazzo di cristallo. La porta principale si aprì di fronte a lui, e una miriade di omini bianchi lo accolse con grida. Era il popolo dei Candiani, nani dalla pelle candida come la neve e l’agire frenetico di formiche rosse. Vivevano rinchiusi nel palazzo per non finire come piccoli ghiaccioli,
Santa Claus si diresse alla piramide trasparente dove da tempo immemorabile vi soggiornava il capo dell’organizzazione dell’isola, Azoter, il candiano più saggio.
«Carissimo, accomodati, avrai freddo, c’è del tè caldo.» Lo vide alzasi dalla poltrona di ghiaccio per accompagnarlo davanti a una tazza fumante.
«Mi sbaglio o sei in anticipo? Dovrai aspettare, la squadra dei miei uomini, da un mese, lavora notte e giorno, è ormai a buon punto, ma non ha terminato.»
«Non è più come prima, Azoter, la mia età non mi permette di fare le corse. Voglio qualche giorno in più per fare il giro del mondo con tranquillità. A proposito, c’è tutto quello che ho richiesto?»
«Come puoi dubitarne, ti abbiamo mai deluso?» e accartocciò il piccolo viso in una smorfia di disappunto.
«No, mai. Puntuali e precisi come orologi svizzeri. Ma con le richieste folli che vi ho fatto quest’anno…»
«I tuoi piccoli clienti sono diventati troppo esigenti. Milioni di giocattoli tecnologi, un lavoro d’alta precisione. Se continuano così, non potremo più accontentarli.»
«Ricordi quando il palazzo di ghiaccio era la fabbrica di bellissimi pezzi unici, cavallini a dondolo intarsiati, bambole di pezza multicolore, le tavolozze con gli acquerelli? Ora è tutto così arido, pezzi in serie per giocattoli standard.»
«Bei tempi andati. Dobbiamo stare al passo con la tecnologia. Oggi quello che conta è il business e il mercato. Caro Claus, stanno aspettando che tu vada in pensione per sostituirti con qualche mostro dai superpoteri…»
«Forse in un futuro lontano, intanto resisto strenuamente.»
Una sirena minacciosa interruppe il dialogo, era l’allarme, qualcosa stava andando storto. Azoter si alzò di scatto e balzò verso il balcone che dominava la catena di montaggio. I Candiani rumoreggiavano battendo gli attrezzi sui binari dei carrelli. I pezzi dei giocattoli nel frattempo si ammassavano sui nastri e cadevano a terra rompendosi. Santa Claus con le mani immerse nella lana dei capelli urlava: «Cosa sta succedendo? Sta andando tutto in rovina. Sono finito.»
«Calma Candiani! Riparate al più presto il danno e ricominciate il processo di produzione.» L’omino si sbracciava dall’alto cercando di riportare l’ordine alla catena di montaggio.
L’impresa sembrava disperata, il rullo continuava il giro infernale e ogni pezzo veniva triturato e distrutto.
Babbo Natale si accasciò sulla poltrona con il viso tra le mani. Sapeva che prima o poi avrebbe dovuto smettere il lavoro, non pensava però a una fine ingloriosa come quella.
Azoter mosse le spalle, gli balenò un’idea. Con il Siderphone, un potente telefono mobile che comunicava con il mondo alla velocità della luce, si mise in contatto con il Saggio Arginus, il candiano che sulle spalle aveva mille anni suonati; da quando era andato in pensione, si era trasferito in un’isola calda della Costa d’Oro.
Azoter lo pregò di raggiungere al più presto Iceland dove c’era bisogno di lui e della sua esperienza.
Nel frattempo i Candiapoliziotti, il piccolo nucleo delle guardie che sorvegliavano la fabbrica, entrarono nell’ufficio della piramide agitando le prove del colpevole: «Capo Azoter, l’abbiamo beccato, è sempre il solito che mette a soqquadro l’isola.»
«La vecchia canaglia…Bloom, ancora lui! Ma non l’avevamo sbattuto nelle carceri gelide del palazzo?»
Il candiapoliziotto più giovane rispose: «È fuggito stanotte alle quattro, è entrato nella fabbrica e ha distrutto i congegni della catena di montaggio!»
«Prendetelo prima che distrugga il nostro piccolo mondo!»
«Non potrà più farlo…è scappato fuori e si è cristallizzato!»
Il suono psichedelico della slittalampo annunciò che Arginus era arrivato. Conosceva ogni piccolo bullone e ogni minuscola vite presenti nella fabbrica.
Fece un giro di perlustrazione con il  cacciaguasti e individuò da dove provenisse il danno. Poi raggiunse l’ufficio della piramide.
«Pessime notizie, capo Azoter, non si può riparare in poche ore, servono giorni, forse mesi. Mi dispiace.»
Santa Claus si sentì venire meno. Capì ogni tentativo era stato fatto, doveva rassegnarsi all’idea di finire i suoi giorni dimenticato dai bambini. Una lacrima gli scese giù e annegò nel barbone.
«A meno che…­»
«A meno che?» gridarono in coro Babbo Natale e Azoter
«Non cambiamo produzione e torniamo ai vecchi pezzi artigianali. Le vecchie macchine sono ancora in perfetto stato, un’oliatina agli ingranaggi e possono ripartire.»
Santa Claus fu d’accordo che al posto dei giocattoli di ultima generazione si fabbricassero pezzi unici e di grande pregio: i suoi piccoli ne sarebbero stati felici. La sorpresa era assicurata.
Nel giro di un paio di giorni tutti i pezzi richiesti erano davanti ai suoi occhi lucidi per la commozione: cavallini a dondolo, chitarrine, pianole, bambole con pizzi e trine, marionette e blocchi colorati.
Tutto era pronto, i sacchi pieni furono assicurati con corde e lacci e Babbo Natale ripartì da Iceland.
Dal cielo osservò le casette della Terra con le finestre illuminate. In ognuna forse c’era un bambino che quella notte sarebbe stato felice.
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